@expo2015milano ti insegna a riconoscere le piante, con Instagram

Da circa sei mesi sto lavorando come consulente di Expo 2015 per la parte di social media.  Una delle cose interessanti che mi è capitato di fare, è partecipare all’organizzazione di una serie di workshop, che si tengono una domenica al mese da Expo Gate.

Si tratta di un’attività interessante perchè raramente una S.p.A. delle dimensioni di Expo è disposta a condividere con l’esterno il proprio processo di lavoro. Volendo raccontare il lavoro di analisi e di progettazione che c’è dietro ai social network di Expo, abbiamo pensato che organizzare dei workshop, in cui condividere con il pubblico l’intero processo di lavoro, fosse una buona idea.

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Nel primo workshop abbiamo provato a raccogliere le idee su come collaborare con il pubblico. È stato utile: abbiamo conosciuto delle persone interessanti e abbiamo provato a raccogliere e realizzare le loro idee.

Qualcuno ha proposto di creare un gruppo su Facebook per collaborare meglio. Era un’ottima idea. Grazie a Elisabetta, ora abbiamo una micro-community in cui organizzare i workshop.

Qualcuno era appassionato di video e aveva un canale YouTube. Così lo abbiamo coinvolto (grazie Gero) per organizzare il secondo workshop, centrato su Instagram Video. Si sono iscritte in ottanta persone.

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A un certo punto, qualcuno nella community ha chiesto di avere dei workshop meno collegati alla comunicazione online e più vicini al tema di Expo.

Così nell’ultimo workshop, il terzo, abbiamo coinvolto Benedetto Selleri, dottore agronomo e forestale, perchè raccontasse i criteri con cui verranno scelti gli alberi e le piante che saranno installati nel sito espositivo di Expo.

 

Il workshop su Instagram

A Milano ci sono un sacco di alberi. Ce li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Eppure, quasi nessuno di noi li sa riconoscere.

Abbiamo pensato che Benedetto Selleri poteva aiutare le persone a riconoscere le piante, attraverso Instagram. Quindi, gli abbiamo chiesto di parlarci delle piante di Milano, presentandone dieci specie comuni, dieci più rare e due molto rare.

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Abbiamo chiesto alle persone di uscire da Expo Gate, di fare quattro passi, di fotografare alberi e foglie e di pubblicare tutto su Instagram, con l’hashtag #expoarboreto . Le persone dovevano provare a riconoscere le piante, in base alle indicazioni di Benedetto.

Per aiutare i partecipanti a riconoscere gli alberi, mentre erano in giro per Milano con il cellulare, abbiamo realizzato questo piccolo manuale, impaginato per essere letto su uno smartphone.

Durante il workshop avevamo poco tempo per mandare a tutti il link del PDF ( bit.ly/expoArboreto ), quindi abbiamo twittato il link, in modo da rendere facilitare il donwload.

In quaranta minuti le persone hanno pubblicato più di 50 immagini di foglie, alberi e piante, cercando di riconoscerle.  

Con Benedetto Selleri abbiamo risposto a tutti, dall’account instagram di Expo, cercando di identificare tutti gli alberi. Le fotografie postate sono tutte su Instagram, e se cercate #expoArboreto potete ancora vederle o… postarne qualcuna nuova.

Perchè ho deciso di raccontare e documentare proprio questo workshop?

Lavoro tutti i giorni con il web. La sensazione, a volte, è di non vedere mai dei risultati concreti, dal lavoro che faccio. Invece questa volta siamo riusciti a creare qualcosa di tangibile e sensato che, grazie anche a internet, ha dato la possibilità alle persone di imparare qualcosa di nuovo. E ha funzionato: le persone hanno partecipato e anche io ho imparato a distinguere una quercia da un lampione.

(se ti interessano le attività del Social Media Team di Expo, qui ci sono maggiori info)

Un’archeologa col computer: creare una community culturale di 1.000 persone – #svegliamuseo

Succede che sogni da quando hai 6 anni di fare l’archeologa e di scoprire tombe e tesori egiziani peggio di Indiana Jones. Succede che ti laurei in Egittologia, lavori per un po’ e rigorosamente gratis nel mondo della cultura e decidi infine di rimediare in corner, facendo un master in marketing e comunicazione che ti permetta di inserirti nel mondo del “lavoro vero” (la storia completa di come sono andate le cose è qui).

Succede che poi ti trovi a fare un colloquio con Fabrizio e Alessandro che ti chiedono quali blog leggi e che tu realizzi di sapere a malapena cosa sia un blog. Infine succede che scommettono su di te, ti assumono a lavorare in Gummy Industries e tu impari decine e decine di cose nuove ogni settimana, aggiornando un po’ alla volta la tua lentezza archeologica con la velocità di chi lavora con il web e i social network.

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Questa sono io che scavo le pietre delle mura medievali al Castello di Benabbio (LU).

E poi cosa succede? A luglio dell’anno scorso, Alessandro mi coinvolge in una ricerca sulla cultura online e scopro che in Italia pochissimi musei sanno usare internet come si deve. Inizio ad approfondire le cose e, man mano che cerco, trovo sempre più materiale sull’uso dei social network da parte dei musei, sia in Italia – dove li usano tendenzialmente male – sia all’estero – dove in tanti li sanno usare anche molto bene.

In settembre, metto in piedi una presentazione e propongo a Fabrizio e Alessandro un progetto che aiuti i musei italiani a migliorare la loro comunicazione online. Loro mi danno qualche feedback e soprattutto mi spronano a non guardare in faccia nessuno: nasce così l’hashtag #svegliamuseo, provocatore e frizzantino al punto giusto, destinato a cambiare il corso del mio lavoro e della mia vita personale negli ultimi 6 mesi.

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I passi successivi sono mettere su un blog in WordPress (in gran parte da sola, with a little help from my friends Gummies) e iniziare a scrivere articoli sul tema social media per i musei, dalla necessità di una strategy, all’uso di Twitter, Pinterest eccetera, cercando il giusto mix di case history, principi teorici e interviste pratiche.

Il piano per “svegliare” i musei italiani prevede di contattare simbolicamente 10 musei stranieri che usino i social media in maniera smart perché consiglino 10 musei italiani, fornendo loro spiegazioni ed esempi che siano utili e soprattutto applicabili a budget zero.

Per farmi coraggio e per riuscire a stare dietro a tutto, coinvolgo due amiche – Aurora e Federica – e divento ufficialmente project manager per la prima volta nella mia vita.

Il passo ancora successivo è comunicare questo progetto. Parto da Twitter e dai contatti che avevo stabilito nei mesi precedenti con altri archeologi e con persone che gravitano a vario titolo nel mondo della cultura. Dopo poco che parlo di #svegliamuseo, succede una cosa bellissima: alla gente non solo piace l’idea, ma vorrebbero saperne di più e contribuire a far circolare le informazioni.

Capisco che devo trovare un modo per mettere in contatto tutte queste persone e scelgo un gruppo Facebook perché credo nella relazione molti-a-molti e perché più teste sono sempre state meglio di una, nella mia opinione. In cinque mesi il gruppo è cresciuto e oggi siamo 870 persone, chi professionista della comunicazione, chi professionista dei musei, chi semplicemente appassionato di cultura e arte. Ogni giorno girano link, segnalazioni di iniziative e presentazioni di musei che si affacciano per la prima volta sui social. A volte le persone si incoraggiano, a volte si scannano su certi argomenti, arrivando anche a superare i 50 commenti (come in questo caso, in cui un museo ha chiesto un consiglio direttamente alla community).

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Quello che importa è che abbiamo scoperto che le persone ai musei ci tengono. Al punto che, quando apriamo il nostro account Twitter, raggiungiamo in meno di un mese i 1.000 follower.

Con il passare del tempo, il blog si arricchisce dei contributi di altri giovani appassionati che ci propongono di approfondire sui nostri canali alcuni argomenti collegati alla comunicazione online e agli strumenti digitali per i musei. Lo stesso team si è arricchito, grazie all’ingresso di Alessandro e della nuovissima leva Valeria.

Nel frattempo, molti ci notano e iniziano a parlare di noi, a cominciare dall’ex Ministro dei Beni Culturali Massimo Bray, autore di una fortunatissima raccomandazione su Facebook e Twitter che ci spara immediatamente nell’Iperuranio dei progetti culturali nazionali.

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La bomba è esplosa. Ricevo una media di due richieste di intervista a settimana e comincio a pensare di aver trovato quasi per caso il modo per “lasciare il segno” in quel mondo di cui avevo sempre disperatamente voluto fare parte, senza riuscire mai veramente a entrare.

Organizziamo una gita alla mostra di Andy Warhol a Milano e veniamo invitati a partecipare alle conferenze. Stampo dei biglietti da visita – rigorosamente arancioni – e inizio a mettere ordine in questi 5 mesi frenetici per capire io stessa che cosa raccontare al pubblico.

A febbraio, Alessandro è sul palco alla BIT2014 per parlare di noi e dei casi di successo di storytelling museale. In quell’occasione, riesco persino a raccontare #svegliamuseo a un Vittorio Sgarbi che passa di là e mi fa una carezza di incoraggiamento (almeno così mi piace pensare).

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Questa sono io in posa da “museo delle cere” vicino a Sgarbi (vero, non di cera) dopo avergli parlato di #svegliamuseo alla BIT2014.

Pochi giorni dopo, mi trovo sul palco della Sala dei Dugento a Palazzo Vecchio, Firenze, per spiegare cosa stiamo facendo e perché al pubblico di Museums and the Web, tra cui figurano i professionisti di musei del calibro del MoMA, del Louvre e dello Smithsonian. Si tratta di una conferenza internazionale molto costosa e molto ambita, che si rivela per noi un’impagabile occasione di conoscenza, nonché la scusa perfetta per provare il Google Glass sotto la guida del Digital Specialist del MET di New York.

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Al ritorno da Firenze, stiamo ancora cercando di capire chi siamo e, soprattutto, dove vogliamo andare.

Per prima cosa, pare che andremo a Baltimora, negli Stati Uniti, perché #svegliamuseo è stato invitato alla Social Media Clinic della versione globale di Museums and the Web (e mi tremano le ginocchia già adesso).

A breve, contiamo anche di riuscire finalmente a completare quelle 10 interviste che hanno dato il via a tutto questo. E stiamo già organizzando il lavoro con altri professionisti giovani, carini e (quasi) disoccupati come noi per pubblicare i risultati di #svegliamuseo in un e-book gratuito che fornisca ai musei italiani tutte le informazioni su social media, siti web e scrittura online di cui hanno bisogno.

Cos’altro ho nel cassetto? Sicuramente dei workshop di formazione, e ancora abbastanza sogni da realizzare che mi fanno sentire molto energica e positiva nei confronti del prossimo futuro.

Anche perché gli ultimi sei mesi mi hanno insegnato non solo cosa sia un blog, ma che l’idea giusta può cambiare tutte le carte che erano sul tavolo fino a un momento prima. Basta avere un computer a portata di mano.

 

Big, Fast, Feelings: dalla Cina col Terrone

I principali trend digitali in Cina, raccontati da (quel pugliese di) @pietro_colella 🙂

Il mondo digitale è in continua evoluzione, ma, nonostante i numerosi strumenti che giornalmente abbiamo sotto mano per essere aggiornati, non riusciamo sempre a tenere tutto sott’occhio. In questo articolo sono raccolti alcuni dati e case history che riguardano la Cina e due sono i trend che attualmente ritengo molto interessanti: i social network e gli e-commerce.

Vincos ogni anno pubblica la sua mappa mondiale sullo stato dei social network e in questa gif animata si notano due elementi interessanti. In Cina, Giappone e Korea, Facebook non è mai arrivato, i social più utilizzati sono QQ e Seina Weibo. In Russia, invece, Facebook esiste ma gli utenti preferiscono utilizzare vKontakte, sul quale possono condividere facilmente file protetti da copyright.

Per quanto riguarda gli e-commerce, ATKearney ha realizzato una clusterizzazione dei mercati mondiali online, mettendo in relazione la crescita potenziale e il comportamento del consumatore online (inteso come propensione e familiarità con gli acquisti online).

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Next generation markets: sono mercati ad alto potenziale di crescita, gli utenti hanno un comportamento meno favorevole all’acquisto online e un basso tasso di adozione della tecnologia;
Estabilished and growing: si tratta di mercati in cui il numero di transazioni online è molto consolidato (ma comunque in crescita), internet ha una penetrazione elevata e gli acquisti online sono una routine. I paesi con i tassi di acquisto on-line più bassi come l’Australia, il Canada e gli Stati Uniti hanno prospettive di crescita maggiori rispetto a quelli con tassi più elevati;
DNA Digitale: in questi mercati ci sono ancora molte opportunità per i grandi player, i consumatori acquistano stabilmente online e hanno un tasso di adozione della tecnologia elevato, esistono infrastrutture avanzate e le azioni cross channel sono molto efficaci. I siti web sofisticati, le esperienze online approfondite e un efficace sistema di consegna  sono importanti fattori di crescita. I leader di mercato continueranno a investire in tecnologie di interfaccia e funzionalità di back-end per differenziare le loro offerte.

All’interno di questo grande contesto mondiale, la Cina è sicuramente il paese che sta attirando l’attenzione di molti brand. Secondo me, ci sono 3 keyword che possono identificare questo paese: Big, Fast, Feelings.

Big…

…perchè sono cinquecentotredicimilioni gli utenti cinesi online; per raggiungere questa cifra bisogna sommare la popolazione online di Stati Uniti (316 milioni), Regno Unito (63), Francia (65) e Germania (80). Per avere un confronto numerico più vicino a noi, in Italia gli utenti connessi da PC nel mese di Gennaio 2013 sono stati 27 milioni, ovvero solo il 5% dei cinesi – fonte Audiweb.

Fast…

… perché la Cina cresce a ritmi forsennati! Presentazione

In Cina, nascono e crescono molto rapidamente alcune piattaforme parallele a quelle “occidentali”. Vi segnalo alcuni dati importanti che evidenziano le tendenze in atto:

  • I cinesi trascorrono più di tre ore al giorno online, a differenza dei koreani che utilizzano meno la rete (fonte);
  • Gli e-commerce attualmente hanno un giro da 64 miliardi che nei prossimi 5 anni arriverà a 271;
  • 460 milioni di utenti accedono giornalmente da mobile, tanto da rendere tale tecnologia il primo punto di accesso alla rete;

  • Le Online TV sono in forte crescita, in termini di accessi e di spesa media degli utenti.

Ma partiamo dalle OTV: Sohu (azienda che fornisce servizi online di gaming, web tv e search) ha comprato tutti i diritti di “The voice of china”, che conta 10 milioni di ascoltatori. Tencent ha comprato “The song of China” e i Mondiali di Calcio 2014 in Brasile (fonte: Clickz.com). Quali implicazioni ci sono per i brand? La possibilità di una super targetizzazione dell’advertising, quindi una migliore gestione dell’efficacia dei budget, che sempre più verranno dirottati dai media tradizionali a quelli online.

La questione e-commerce, invece, è molto complessa. Come già detto in precedenza, in Cina gli utenti hanno poca familiarità con gli acquisti online, ma questa tendenza sembra stia scomparendo a favore di un aumento delle transazioni sugli e-commerce. Da una parte c’è una popolazione più anziana che per motivi sociali e culturali non ha accesso a internet e quindi non comprerebbe mai. Dall’altra parte c’è la nuova generazione, i giovani che settimanalmente effettuano acquisti online di ogni tipo, dall’abbigliamento all’oggettistica in generale.

Il brand asiatico più venduto online è L’Oreal Man Expert, che ha una penetrazione negli acquisti complessivi della popolazione del 5%. Ciò significa che i grandi player hanno ancora molta strada da fare per consolidare la propria posizione all’interno del mercato cinese. Per quanto riguarda il comportamento di acquisto dei consumatori, i dati dicono che l’80% dei cinesi si informa online, mentre il 66% scrive recensioni di prodotto. Gli utenti non vedono di buon occhio le azioni cross (offline – online) perchè le dinamiche non funzionano adeguatamente a causa delle scarse infrastrutture (troppe zone rurali, difficoltà negli spostamenti, sperequazione dei redditi). Dunque è meglio creare una netta separazione tra il canale online e quello offline.

Un altro aspetto da evidenziare riguarda il sistema di pagamento: i cinesi preferiscono il pagamento alla consegna. Questo per evitare che gli acquirenti ricevano prodotti scadenti e non in linea con quanto acquistato: pagare alla consegna è un segnale di qualità e di maggiore tranquillità. Con Alipay, un sistema molto simile a Paypal, è possibile comprare e vendere in assoluta sicurezza grazie al meccanismo di verifica della transazione. Al momento del pagamento, il sistema trattiene i soldi, non versandoli subito nel conto del venditore (al contrario di Paypal); una volta consegnato il prodotto, il cliente autorizza Alipay al trasferimento della somma solo dopo aver controllato che la merce sia conforme a quanto ordinato.

Le implicazioni per i brand sono notevoli, in quanto la sicurezza di ricevere prodotti originali fa crescere il numero delle transazioni. Crescono anche la fiducia nel brand e la fidelizzazione del consumatore, mentre la consegna a domicilio aumenta i punti di contatto e la possibilità di migliorare l’esperienza di consumo.

Feelings…

… perché la chiave di comunicazione per comunicare è quella dei sentimenti forti e più profondi dell’essere umano. Negli ultimi periodi, si assiste ad un aumento dell’utilizzo del mobile per creare un rapporto brand-consumatore stretto e confidenziale. Analizziamo alcuni casi di successo.

Burberry alla London Fashion Week 2014 di Londra ha realizzato un’azione diretta a tutti i cinesi presenti all’evento nella capitale inglese.

Scrivendo in privato al profilo ufficiale Burberry su We Chat era possibile ricevere contenuti in diretta dal backstage o dalla prima fila delle passerelle. Per alcuni utenti erano disponibili contenuti VIP esclusivi. Burberry ha creato un flusso di comunicazione 1-1 nel quale valorizzava il singolo utente con contenuti speciali, di alta qualità e a volte unici: immaginate quanto può essere eccitante per un utente ricevere un messaggio di questo tipo da Burberry. I cinesi vedono di buon occhio i brand che cercano di istituire un rapporto personalizzato e sono disposti a pagare un premium price per un prodotto iper custumizzato.

Ho anche piacevolmente scoperto che We Chat mette a disposizione delle sdk.

Harrods è il primo brand europeo che è andato su Seina Weibo: nel 2013 era l’account con più follower. Per intercettare il grande flusso di visitatori cinesi a Londra, è stata lanciata una campagna di Natale molto particolare. All’interno del centro commerciale, sono stati nascosti dei pacchetti regalo con il logo di Seina Weibo. I partecipanti, dopo aver scovato i pacchetti, dovevano scattare un foto e caricarla sul proprio profilo su Weibo. L’azienda ha poi estratto 3 vincitori ai quali ha regalato un orsetto di Harrods, una bottiglia di champagne Laurent-Pierrer e una borsa di pelle serigrafata con le iniziali dei loro nomi. La proclamazione è avvenuta direttamente online. La campagna era diretta a visitatori e residenti cinesi a Londra, ma anche a tutti i traveller-influencer, con l’obiettivo di generare awareness per tutti quelli che si spostano nel Regno Unito.

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British Airways ha oltre 350.000 fan su Seina Weibo e ha deciso di spostare la sua fanbase su We Chat per fare selling e customer service in real time. Il lancio effettivo dell’account su We Chat è stato realizzato inviando una busta ai primi utenti che già seguivano il brand. All’interno di ogni busta c’erano una lettera di auguri del CEO Tracy Dedman e un coupon promozionale di 50$ per l’acquisto di biglietti aerei. Cinque fortunati hanno trovato un biglietto d’oro che ha permesso loro di vincere un volo a/r per Londra. Solo nei primi 10 giorni l’account ha ottenuto oltre 10.000 follower.

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La British Airways ha portato la comunicazione ad un livello più personale e privato, con il quale è più semplice gestire tutte le sfaccettature del customer service, in particolare i punti a svantaggio dell’azienda. Inoltre, la comunicazione diretta con l’utente permette di realizzare azioni e promozioni personalizzate, aumentando così il valore percepito.

Pepsi ha lanciato una grande campagna – “Pepsi Bring Happiness Home” – per aiutare le famiglie in difficoltà che vivono in povertà e abitano nelle più sperdute zone rurali della Cina. Si tratta della prima iniziativa umanitaria di beneficenza sponsorizzata da un’azienda e non da un organizzazione no-profit o governativa. Pepsi ha utilizzato la rete distributiva di Tmall per raccogliere le donazioni e ha comunicato l’azione interamente su internet. È stato realizzato un sito per raccogliere le donazioni e per fare storytelling; sono anche stati girati alcuni miniclip con le più grandi star cinesi che invitavano la popolazione a partecipare all’iniziativa –  qui trovate il canale ufficiale su Youtube.

Pepsi, utilizzando We Chat, ha dato la possibilità ai suoi utenti di invitare amici e parenti a partecipare all’azione. Mandando un messaggio vocale all’account ufficiale, era possibile ricevere un clip con il remix della canzone ufficiale. Tutte le registrazioni sono state poi raccolte e alcune sono state pubblicate nella pagina Pepsi su Weibo. L’azienda ha realizzato un’azione molto strutturata in un Paese molto esteso e che presenta tante differenze in termini di cultura, redditi e stili di vita. La campagna è stata vista di buon occhio, considerando che i cinesi si sentono molto coinvolti quando la chiave di comunicazione sono sentimenti forti e molto profondi come la beneficenza, portare felicità e vivere sereni. In questo caso la componente mobile è stata utilizzata per ampliare la portata virale online.

Date Particolari

Soprattutto tra gli universitari, c’è una ricorrenza molto particolare: il Single Day. Così come da noi esiste San Faustino, il giorno dei single, anche in Cina viene celebrato il giorno degli scapoli nel quale i ragazzi si incontrano per cantare al Karaoke e socializzare. Si festeggia l’11 Novembre, data che contiene ben quattro volte il numero 1 e rappresenta quindi quattro single. Questa festa ha una portata economica di notevole impatto, basti pensare che Alibaba ha fatturato in un giorno 35 miliardi di yuan, pari a circa 6 miliardi di dollari (fonte: Bloomberg.com).

Un caso interessante è quello de “Lo Stile Di Vita“, un brand toscando di cosmesi che ha sfruttato il Single Day per aumentare le vendite dei suoi prodotti. Una premessa è doverosa: i cinesi sono molto attenti alla pulizia, da una ricerca condotta da Kantar World Panel  si evince che l’85% degli intervistati utilizza prodotti per la cura del corpo e questo li fa sentire meglio e più a loro agio tra la gente. Gli intervistati sono convinti che maggiore pulizia e igiene facciano avere più successo con le donne e sul posto di lavoro. I cinesi comprano ogni bimestre 7/8 categorie di prodotti per la cura del corpo. Dunque il mercato in esame presenta molte opportunità di ingresso e di crescita di quote di mercato.

LSDV aveva come obiettivo l’aumento della conoscenza del brand e delle qualità del prodotto, e ha stimolato gli utenti a testare il prodotto con un’offerta “prendi due paghi uno”. Sono state realizzate anche azioni di engagement, come regalare l’acquisto al primo ed all’ultimo cliente e un’estrazione per un buono spesa. Per comunicare la promozione, sono stati utilizzati i classici social (Seina Weibo e We Chat) ma anche Douban e alcuni forum. Sono stati registrati oltre 300 nuovi ordini, nello shop sono arrivati circa 150 nuovi utenti e la pagina LSDV su Taobao si è posizionata al tredicesimo posto su 450.000 shop online attivi.

Alcune osservazioni

In conclusione, pare che la Cina (come del resto tutto l’Oriente) stia vivendo un periodo di forsennata crescita, ma sembra anche che ci sia un utilizzo molto “rudimentale” degli strumenti. Dall’analisi delle connessioni causa/effetto, sembra i cinesi siano meno interessati alle dinamiche di engagement e alla struttura funzionale degli strumenti, quanto piuttosto al significato intrinseco delle azioni, al loro obiettivo più profondo. Tuttavia, i grandi player stanno iniziando a operare in maniera molto efficace, riuscendo a posizionarsi in modo da poter sfruttare ottimamente il trend di forte crescita di questo Paese. L’utilizzo della rete e del mobile appare molto radicato e questo permetterà, sicuramente, la realizzazione di tante azioni innovative e molto strutturate.

 

La creatività aziendale non esiste (parliamo di idee)

Spendo tanto tempo a cercare delle idee e proporle ai clienti di Gummy Industries.
A volte vengono semplicemente rifiutate, altre volte ignorate. Le idee che sopravvivono sono, forse, l’1%. È la selezione naturale, baby!

In questi anni i clienti hanno rifiutato un sacco di idee che a me sembravano sensate, tra cui un gioco multiplayer in cui devi friggere più calamari di tutti gli altri giocatori, un contest di freestyle rap per promuovere un dizionario, un gioco che regala dei formaggi in modo più o meno random. Secondo me erano idee abbastanza buone, alcune erano venute a me, ci tenevo e le ho supportate ma non sono sopravvissute.

Alla fine ho capito che buone idee sono una cosa pessima, se ti vengono al momento sbagliato. In un processo creativo avere una buona idea blocca il processo (troppo presto, a volte). A volte, una buona idea che arriva troppo presto può essere il sintomo che un’autorità nel gruppo riesce a imporre la sua idea, o del fatto che si sta accettando un pensiero comune o un pensiero pregresso. Per questo motivo le buone idee vanno tenute da parte e accantonate per un po’, e andrebbero presentate all’esterno solo quando tutti sono d’accordo. Presentare un’idea all’esterno, se l’idea non è ancora pronta del tutto, può avere un effetto contrario: può contribuire a far scartare un’idea buona.

Le cattive idee sono una cosa buona. Prima di tutto perchè suscitano delle reazioni forti, anche avverse, e contribuiscono a creare una discussione. Si crea quel momento in cui tutti abbassano le difese e si sentono in grado di generare nuove idee: tanto, per quanto cattive siano, non saranno mai pessime come la prima idea.

Le idee non si possono proteggere (non c’è copyright sulle idee, ma solo sulla loro implementazione), anche se un sacco di gente cerca di nasconderle, di metterle al sicuro, di blindarle [spoiler: quelli che mi chiedono di firmare un NDA, di solito, hanno una pessima idea da proteggere]. È una cazzata: una buona idea, da sola, non serve a nulla. Le idee hanno bisogno di essere implementate.

Sono molto d’accordo con Ji Lee, Creative Director di Facebook, che dice: “Idea is nothing. Doing is everything“.

Cerco di averne il più possibile (in media, ne ho pochissime). Ma quando le ho, le regalo: penso che scambiarle sia una cosa buona. E non perchè “se io ti dò un’idea, entrambi abbiamo un’idea”, ma perchè spero che il mio interlocutore faccia a pezzi le mie idee: è l’unico modo per testarle. Oltre alla ghigliottina definitiva: presentarle al cliente.

[Breve intermezzo filmato: Ji Lee dice delle cose interessanti. Ci mette quaranta minuti a dirle, ma sono 40′ spesi bene]

2011/03 Ji Lee from CreativeMornings on Vimeo.

Definire le idee è proprio un casino: sono un multiforme accrocchio di cose diverse. Per esempio, una delle grandi idee degli ultimi vent’anni è lo Swiffer. Merita due righe.

Prima di tutto: perchè lo Swiffer è una grande idea? Come lo misuro? P&G dichiara di incassare 500 milioni di dollari l’anno dalla vendita di questo aggeggio che, fino a pochi anni fa, non esisteva.

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[didascalia: l’immagine non c’entra nulla con il testo]

[warning: se avete già sentito parlare dello Swiffer potete saltare il resto del post, contiene le solite storie trite e ritrite che avrete letto in tutti i blog post esistenti sulla creatività]

Molti sanno come è nato lo Swiffer: P&G stava cercando da anni un modo per migliorare i suoi prodotti per la pulizia del pavimento (quindi stava cercando un’idea per un nuovo detersivo). Dopo aver guardato centinaia di ore di video in cui arzille casalinghe e casalinghi lavavano il pavimento, l’azienda non era arrivata a nessuna soluzione sensata. In effetti è difficile pensare a un detersivo che faccia qualcosa di diverso da quello che fanno tutti i detersivi: le bolle nel secchio.

Il salto concettuale (e l’idea) arrivarono durante un’intervista, quando una simpatica signora fece cadere del caffè in polvere sul pavimento e, per raccoglierlo, bagnò un fazzoletto e tamponò il pavimento. P&G capì che uno straccio che attira la polvere poteva rivoluzionare il settore: il settore delle scope, non quello dei detersivi.

Perchè mi interessa questa storia?

  • le idee spesso ti vengono quando cerchi altro
  • senza il lavoro preparatorio, di anni, svolto dalla ricerca e sviluppo di P&G difficilmente l’idea dello Swiffer sarebbe stata isolata e sviluppata

Di che idea si tratta? Lo Swiffer è la soluzione a un problema: individua un problema esistente (raccogliere la polvere senza trasformarla in una melma fangosa nel secchio) e lo risolve.

Ecco altre idee che sono problem solutions:

  • la ruota
  • la cerniera zip

Altre idee sono evolutive: costituiscono l’evoluzione di un problema esistente (che ne so, Feedly è una chiara evoluzione di Google Reader).

  • il telefono è un’evoluzione della radio
  • il cellulare è un’evoluzione del telefono
  • l’iPhone è un’evoluzione del cellulare
  • The free universal construction kit è un’evoluzione dei lego

Le ultime sono le idee simbiotiche: nascono dalla fusione di due idee già esistenti, in ambiti molto distinti. Per esempio, quando Richard Drew, ingegnere della 3M, inventò lo Scotch, stava mischiando il prodotto “carta per fare le mascherature quando dipingi un’automobile” con il prodotto “colla”.

  • lo scotch mette insieme competenze sulla carta e sugli adesivi deboli
  • il post it, idem

O anche: l’applicazione Whitings mette insieme i dati prodotti da Runkeeper, dalle applicazioni per il controllo del sonno e dalla bilancia che si collega all’iPhone. In questo modo, permette all’utente di collegare attività fisica e perdita di peso: fa qualcosa di nuovo, grazie alla simbiosi di app esistenti.

A cosa mi serve classificare le idee? Quasi a nulla. Mi rassicura quando ne cerco di nuove e mi dà infiniti argomenti di conversazione con quelli che mi parlano di creatività aziendale. Una cosa che, per inciso, non esiste.

[nel sequel: come aumentare il numero di idee che riesci a produrre nell’unità di tempo e fatturare il 200% in più. stay tuned.]

link

Permitted bootlegging

Post-it note® notes

Brand aspirazionali, rap & fashion brand

“Our business is infested with idiots who try to impress by using pretentious jargon.”
David Ogilvy

Spesso la strategia di un fashion brand punta a costruire un marchio che sia il più possibile aspirazionale. Un marchio capace di farti pensare “Non potrò mai averlo, costa troppo per me!”.

Il sogno che ti viene proposto punterà dritto al tuo edonismo e ti fa intravedere una vita di: lusso, comodità e stili sopraffini.
Una vita che non hai, ma che sublimi grazie all’acquisto di una cintura in pelle con fibbia grossa, perchè alla fine “..lavoro sempre, uno sfizio posso anche togliermelo, o no?”.

Sullo stesso ring anche i rapper, la cui aspirazione più ricorrente – oggi – sembra essere: fare soldi e vivere nel lusso. Esattamente lo stesso sogno proposto dai brand aspirazionali.

Quando questi due sogni si scontrano nasce l’inferno di ogni brand manager: la volgarizzazione del marchio.

In altre parole quando pensi a Versace non ti ricordi più dei vestiti della casa di abbigliamento ma ti vengono in mente Migos, Drake, Meek Mill, Tyga o frah dei crookers. Peggio ancora, Riff Raff con Dolce & Gabbana. Immagini del tutto volgari e distanti da ogni evento legato al fashion, vedi ad esempio l’ultima Vogue Fashion Night Out 2013.

Dolce & Gabbana

Versace

Givenchy

Chanel
Chanel west coast

Gucci
gucci mane

Kreayshawn

Bello Figo (ex GucciBoy)

Se la passano meglio alcuni brand street/urban che da tempo condividono il proprio sogno con il proprio pubblico:

Adidas

Nike

extra:

23/Jordan