Pane Web e Salame 5: fare soldi con internet.

Siamo a un mese esatto da “Pane web e salame 5:  fare soldi con internet Utilizzare i social network per vendere di più in negozio“.

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Eventbrite - Pane, Web e Salame 5: Fare soldi con internet

Per questa quinta edizione abbiamo scelto un titolo forte, volutamente provocatorio, perché quest’anno vogliamo parlare di retail: dei nostri cari vecchi negozi fisici. Oggi, nella nostra città ne stanno chiudendo a decine, nella vostra? 

Internet sta cambiando il modo di fare business: alcuni e-commerce hanno crescite di fatturato a doppia o tripla cifra. In questo scenario è ancora possibile sviluppare un business commerciale su punto vendita fisico? Oppure è meglio cambiare strada? Un tema molto importante per noi, che completa perfettamente le osservazioni dell’articolo di Riccardo Staglianò apparso quest’estate su la Repubblica dal titolo: Il web sta uccidendo la classe media?

Fare soldi con internet, per noi e per PWES5, significa: capire, discutere e farci raccontare da retail, aziende e organizzazioni come si può utilizzare internet per riportare la gente in negozio.

Come ogni anno abbiamo ricercato casi veri e persone che realmente possono snocciolare risultati, soluzioni e numeri. Nessuna formula magica, solo lavoro e nuove idee. Il migliore professore, a nostro avviso, non è mai il Guru ma l’esperienza di chi ci è passato.

Il titolo fa arrabbiare i veterani dell’internet? Poco ci interessa, l’economia e i mercati globali parlano chiaro: chi riesce a fare numeri va avanti, chi non li fa chiude. #bastacazzate.

PWES quest’anno è all’interno di un contenitore più ampio il festival supernova una due giorni di incontri su innovazione, creatività e digital a Brescia.

PWES anche quest’anno è talk, cibo e networking – il tutto, come sempre, gratis.  

p.s. A breve pubblicheremo la lista completa dei talk e dei casi che sentirete durante la giornate del 3 Ottobre.

L’amore per un brand: #Blizzard e il customer care, cc @BlizzardCSEU_IT

Questa è un caso che non si vede tutti i giorni, uno di quelli che difficilmente trovi nelle pagine Facebook tipo “Social media jella a te!” o “Eccoti il brand dei pirla”.

Questo è un enorme #win che può essere raccontato da pochi marchi al mondo: è la storia di Blizzard, del suo customer care e dei suoi server down da 48h.

Prologo

Da ieri i server di login di Battle.net (la piattaforma per il multiplayer di Blizzard) sono down lasciando senza  vita possibilità di giocare parecchi players. Il problema affligge tutti i giochi online della software house:

Solitamente l’assenza di servizio è uno dei problemi che più fa arrabbiare il cliente, ancora di più se il servizio è a pagamento (12,99€/mese #WOW).

Cosa hanno fatto?

Blizzard ha reagito subito al problema informando gli utenti dalla form di login dei giochi e mantenendo un canale, in 6 lingue, costantemente aperto via Twitter:

 

La cosa davvero incredibile è che nessuno in pochi hanno mandato a quel paese l’azienda, al contrario stanno ricevendo incitamenti e in bocca al lupo:

 

 

Qualcuno invece la prende in modo più personale:

Altri propongono soluzioni in crowdsourcing 🙂

Lavorando con computer, server, internet e social media posso immaginare quale sia lo stress in azienda: dal team di ingegneri a chi segue i social network tocca risolvere problemi, in poco tempo e sotto tensione.

L’esempio che Blizzard da al mercato è davvero importante, non tanto per i numeri, ma per la capacità di reagire e di creare giochi, prodotti e brand capaci di farsi apprezzare.

Blizzard ha saputo creare una comunità fortissima tra tutti noi #nerd, tanto da farci identificare nel loro problema, trasformando in questo modo critiche in messaggi di supporto.

#GG Blizzard

#bastacazzate – una check list per la tua startup

#bastacazzate è l’urlo sottovoce mio di MicheleAlessandro e di qualche altro webdebs.

 #bastacazzate è la prima  idea strampalata che ti viene e che subito vedi impresa multinazionale; è la startup tecnologica improbabile; è l’amore tuttoitaliano di imitare l’America; è l’hype creato dal giornalista che si è scoperto tecno-esperto e dal proprio giornale/blog descrive un mondo fantastico, che non c’è.

#bastacazzate è voler riportare la gente con i piedi per terra perchè se tanto entusiasmo, tante risorse, tanta fatica, fossero focalizzati verso qualcosa di serio allora davvero potremmo fare qualcosa di bello e utile (…tipo creare aziende funzionanti, con business model che diano lavoro).

 #bastacazzate non è contro gli startupper e le startup, ma è per una loro “selezione all’entrata”, come in discoteca: solo i migliori passano il cordone rosso 🙂

#bastacazzate è una lista di semi-citazioni e storie vere, creata a più mani da chi le startup non le racconta a pitch, convegni, seminari ma le realizza – come fornitore – per conto di qualcun altro.

Detto questo, quella che segue è la nostra check list: se rispondi NO a tutti i punti stai facendo un’azienda (-ehi, questa cosa è utile qui in Italia!) e stai pensando a creare valore diffuso. Se rispondi SI a alcuni punti allora, probabilmente, sei soggetto all’hype-da-startup, non è grave ma nel 99% dei casi consuma valore e risorse. Buona check list a tutti:

L’Idea

  1. Hai un’idea e credi che sia l’idea migliore mai concepita da un essere umano.

  2. Hai un’idea, non l’hai ancora realizzata, ma hai già tra le mani un NDA che intendi far firmare a tutti quelli disposti ad ascoltarti.

  3. Condividere il tuo progetto ti terrorizza perchè pensi che i grossi player ti copieranno.

  4. Hai un’idea, non l’hai ancora realizzata, ma hai già registrato il nome e il logo in tutta Europa, America e in un territorio a scelta. Ovviamente il dominio nelle varie declinazioni è già in tuo possesso, non si sa mai.

  5. Impieghi 2 ore per spiegare il tuo progetto, anticipandolo con scenari futuristici composti da: arcobaleni, unicorni, orsetti del cuore e il tuo prodotto utilizzato da tutti. Probabilmente stai dormendo. Ti devi svegliare.

  6. Il tuo prodotto identifica o evidenzia molto bene un problema, ma non lo risolve. (questa è di @unlucio)

  7. La tua idea (il tuo prodotto web) è un secondo lavoro e/o un hobby.

  8. Il tuo progetto è un mix tra LinkedIn, Facebook, FourSquare, Twitter e Instagram. Però diverso.

  9. Tutti quelli a cui l’hai raccontato ti hanno detto che è una figata. Compresi i tuoi genitori e i tuoi amici più cari.

Target & Mercato di riferimento

  1. I tuoi maggiori competitor sono multinazionali tecnologiche, il cui CEO a Natale pranza con Obama. O peggio: (dalla tua ricerca di mercato risulta che) non hai competitor e credi che questo sia garanzia di successo.

  2. Il tuo prodotto è per tutti.

Il modello di business

  1. Non hai un modello di business e non ti serve perchè punti alla user base grossa. Dopodiché via con l’exit.

  2. Non hai un modello di business e non ti serve in fase di startup, esso ti apparirà magicamente in sogno una volta lanciato il prodotto/servizio.

  3. L’advertising è il tuo modello di business. Arrivato a 1 milione di utenti, farai un sacco di soldi.

  4. Utilizzi un software per auto-generare il tuo business plan.

  5. Non intendi investire tempo o soldi nella tua idea (sebbene sia vincente) e chiedi a terzi di lavorare gratis in cambio di revenue o visibilità. (questa è di @manuelnatale)

Comunicazione

  1. Non hai un budget serio per il lancio del prodotto.

  2. Non hai una strategia di comunicazione.

Features

  1. Hai 1000 features/varianti/linee di servizio. Chissenefrega degli extra. Fai una cosa sola: chiara, semplice, diretta, utile, una cosa che va da A –> B senza passare dalla Z, dalla H o dalla T.

  2. Vuoi tutte le features prima di lanciare il progetto.

Team

  1. Lo sviluppatore principale è tuo cugino.

  2. Il tuo webdesigner è… no quello non serve adesso, lo assumo dopo.

  3. Non hai un team per sviluppare la tua idea, non la sviluppi tu perchè non sei un tecnico ma farai tutto in outsourcing o con contractor.

Extra

  1. Sogni San Francisco.

Spero che tu abbia risposto NO a tutto. In tal caso, ti auguro un futuro di successo, ti auguro di espanderti in fretta e di assumere un sacco di giovani in cerca di lavoro. Se hai risposto SI, ti auguro le stesse cose, ma ti mandiamo un in bocca al lupo in più!

#bastacazzate è aperto a tutti, se avete altri consigli da condividere, scrivete nei commenti, su twitter o dove vi pare.

edit: Ecco i consigli dei telespettatori

  1. Chiami la tua “startup”, “startup”. torna al punto 1. (via @a2co_utd)
  2. Non hai un’idea, ma sai che vuoi fare una startup (via @Paoloduina)
  3. Vuoi fare la startup perchè cosi accedi al bando della regione/europa/mondo per il contributo di 1000 milioni (via @michelegallina )
  4. Hai un biliardino in “sala relax” (sic.) o pensi di acquistarne uno appena te lo puoi permettere? (via @areaweb)
  5. Pensi che l’agenzia potrebbe “partecipare” alla startup così non la devi pagare. ( via @venturez)
  6. Quando racconti la tua idea a qualcuno entro cinque minuti dici: “Vedi, l’unico mio problema è che qua in Italia nessuno ti da’ 100mila euro per iniziare con un idea come questa se non sei figlio di qualcuno. Se fossi in Silicon Valley, a beh allora non saremmo qua a parlare della mia idea, ma della mia azienda da 10milioni di euro” (via @frazambe)
  7. Anche se gli altri non lo capiscono tu sei lo Zuckerberg italiano e “sui blogge” ti descrivono già così (via @stemax73)
  8. Sei un fautore del “se il prodotto è figo, marketing & sales non servono!!” (via @techinco blog)
  9. Stai facendo startup da più di 4 mesi e in mano hai solo una landing page. (via @diego_durante)
  10. Hai fatto il corso estivo nel camping dello startupper (via @Drama78)
  11. hai trovato la soluzione, tocca soltanto trovare il problema (via @Rmagnifico)

Brand aspirazionali, rap & fashion brand

“Our business is infested with idiots who try to impress by using pretentious jargon.”
David Ogilvy

Spesso la strategia di un fashion brand punta a costruire un marchio che sia il più possibile aspirazionale. Un marchio capace di farti pensare “Non potrò mai averlo, costa troppo per me!”.

Il sogno che ti viene proposto punterà dritto al tuo edonismo e ti fa intravedere una vita di: lusso, comodità e stili sopraffini.
Una vita che non hai, ma che sublimi grazie all’acquisto di una cintura in pelle con fibbia grossa, perchè alla fine “..lavoro sempre, uno sfizio posso anche togliermelo, o no?”.

Sullo stesso ring anche i rapper, la cui aspirazione più ricorrente – oggi – sembra essere: fare soldi e vivere nel lusso. Esattamente lo stesso sogno proposto dai brand aspirazionali.

Quando questi due sogni si scontrano nasce l’inferno di ogni brand manager: la volgarizzazione del marchio.

In altre parole quando pensi a Versace non ti ricordi più dei vestiti della casa di abbigliamento ma ti vengono in mente Migos, Drake, Meek Mill, Tyga o frah dei crookers. Peggio ancora, Riff Raff con Dolce & Gabbana. Immagini del tutto volgari e distanti da ogni evento legato al fashion, vedi ad esempio l’ultima Vogue Fashion Night Out 2013.

Dolce & Gabbana

Versace

Givenchy

Chanel
Chanel west coast

Gucci
gucci mane

Kreayshawn

Bello Figo (ex GucciBoy)

Se la passano meglio alcuni brand street/urban che da tempo condividono il proprio sogno con il proprio pubblico:

Adidas

Nike

extra:

23/Jordan

Mettiamo che il video di #SaraTommasi sia una pubblicità della @Redbull

Mettiamo 5 o 6 rapper mainstream sponsorizzati da tempo da una bevanda energetica gassata

Mettiamo una starletta della tv decaduta, ora aspirante scialba-pornoattrice, appena fuori da non si sa quale comunità di recupero. Una che ha la libertà – quella vera – di dire tutto quello che le passa per la testa, perchè tanto ormai si sa: quella è fusa!

Mettiamo di prendere anche il presentatore, esperto di arte, che da qualche tempo ha spostato il focus delle proprie interviste dall’arte alle porno start locali e ai meme del bel paese

Mettiamoci tutta la community di giovani del rap che da tempo litiga su dedizione, undeground e mainstream

Mettiamoci anche tutta la community di social-media-bacchettoni esperti in #fail (altrui)

Mettiamoci i giornali e la carta stampata e la sete di notizie estive.

Mettiamo che hai generato ugc di tutti i tipi: immagini, rap, articoli (giusto alcuni esempi)

Mettiamo che oggi il marchio di bevante gassate pubblica un post su tutto l’accaduto.

Ecco considerando tutto questo,

Mettiamo che hai fatto la campagna dell’anno e che hai piazzato il prodotto nel secondo più catartico di tutta l’azione, cioè a 1 minuto e 57 secondi, proprio con la Tommasi a gambe aperte.

Se fosse così questa sarebbe la mia azione sui social media preferita, al contrario, solo un sacco di coincidenze virali.

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