Un’archeologa col computer: creare una community culturale di 1.000 persone – #svegliamuseo

Succede che sogni da quando hai 6 anni di fare l’archeologa e di scoprire tombe e tesori egiziani peggio di Indiana Jones. Succede che ti laurei in Egittologia, lavori per un po’ e rigorosamente gratis nel mondo della cultura e decidi infine di rimediare in corner, facendo un master in marketing e comunicazione che ti permetta di inserirti nel mondo del “lavoro vero” (la storia completa di come sono andate le cose è qui).

Succede che poi ti trovi a fare un colloquio con Fabrizio e Alessandro che ti chiedono quali blog leggi e che tu realizzi di sapere a malapena cosa sia un blog. Infine succede che scommettono su di te, ti assumono a lavorare in Gummy Industries e tu impari decine e decine di cose nuove ogni settimana, aggiornando un po’ alla volta la tua lentezza archeologica con la velocità di chi lavora con il web e i social network.

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Questa sono io che scavo le pietre delle mura medievali al Castello di Benabbio (LU).

E poi cosa succede? A luglio dell’anno scorso, Alessandro mi coinvolge in una ricerca sulla cultura online e scopro che in Italia pochissimi musei sanno usare internet come si deve. Inizio ad approfondire le cose e, man mano che cerco, trovo sempre più materiale sull’uso dei social network da parte dei musei, sia in Italia – dove li usano tendenzialmente male – sia all’estero – dove in tanti li sanno usare anche molto bene.

In settembre, metto in piedi una presentazione e propongo a Fabrizio e Alessandro un progetto che aiuti i musei italiani a migliorare la loro comunicazione online. Loro mi danno qualche feedback e soprattutto mi spronano a non guardare in faccia nessuno: nasce così l’hashtag #svegliamuseo, provocatore e frizzantino al punto giusto, destinato a cambiare il corso del mio lavoro e della mia vita personale negli ultimi 6 mesi.

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I passi successivi sono mettere su un blog in WordPress (in gran parte da sola, with a little help from my friends Gummies) e iniziare a scrivere articoli sul tema social media per i musei, dalla necessità di una strategy, all’uso di Twitter, Pinterest eccetera, cercando il giusto mix di case history, principi teorici e interviste pratiche.

Il piano per “svegliare” i musei italiani prevede di contattare simbolicamente 10 musei stranieri che usino i social media in maniera smart perché consiglino 10 musei italiani, fornendo loro spiegazioni ed esempi che siano utili e soprattutto applicabili a budget zero.

Per farmi coraggio e per riuscire a stare dietro a tutto, coinvolgo due amiche – Aurora e Federica – e divento ufficialmente project manager per la prima volta nella mia vita.

Il passo ancora successivo è comunicare questo progetto. Parto da Twitter e dai contatti che avevo stabilito nei mesi precedenti con altri archeologi e con persone che gravitano a vario titolo nel mondo della cultura. Dopo poco che parlo di #svegliamuseo, succede una cosa bellissima: alla gente non solo piace l’idea, ma vorrebbero saperne di più e contribuire a far circolare le informazioni.

Capisco che devo trovare un modo per mettere in contatto tutte queste persone e scelgo un gruppo Facebook perché credo nella relazione molti-a-molti e perché più teste sono sempre state meglio di una, nella mia opinione. In cinque mesi il gruppo è cresciuto e oggi siamo 870 persone, chi professionista della comunicazione, chi professionista dei musei, chi semplicemente appassionato di cultura e arte. Ogni giorno girano link, segnalazioni di iniziative e presentazioni di musei che si affacciano per la prima volta sui social. A volte le persone si incoraggiano, a volte si scannano su certi argomenti, arrivando anche a superare i 50 commenti (come in questo caso, in cui un museo ha chiesto un consiglio direttamente alla community).

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Quello che importa è che abbiamo scoperto che le persone ai musei ci tengono. Al punto che, quando apriamo il nostro account Twitter, raggiungiamo in meno di un mese i 1.000 follower.

Con il passare del tempo, il blog si arricchisce dei contributi di altri giovani appassionati che ci propongono di approfondire sui nostri canali alcuni argomenti collegati alla comunicazione online e agli strumenti digitali per i musei. Lo stesso team si è arricchito, grazie all’ingresso di Alessandro e della nuovissima leva Valeria.

Nel frattempo, molti ci notano e iniziano a parlare di noi, a cominciare dall’ex Ministro dei Beni Culturali Massimo Bray, autore di una fortunatissima raccomandazione su Facebook e Twitter che ci spara immediatamente nell’Iperuranio dei progetti culturali nazionali.

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La bomba è esplosa. Ricevo una media di due richieste di intervista a settimana e comincio a pensare di aver trovato quasi per caso il modo per “lasciare il segno” in quel mondo di cui avevo sempre disperatamente voluto fare parte, senza riuscire mai veramente a entrare.

Organizziamo una gita alla mostra di Andy Warhol a Milano e veniamo invitati a partecipare alle conferenze. Stampo dei biglietti da visita – rigorosamente arancioni – e inizio a mettere ordine in questi 5 mesi frenetici per capire io stessa che cosa raccontare al pubblico.

A febbraio, Alessandro è sul palco alla BIT2014 per parlare di noi e dei casi di successo di storytelling museale. In quell’occasione, riesco persino a raccontare #svegliamuseo a un Vittorio Sgarbi che passa di là e mi fa una carezza di incoraggiamento (almeno così mi piace pensare).

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Questa sono io in posa da “museo delle cere” vicino a Sgarbi (vero, non di cera) dopo avergli parlato di #svegliamuseo alla BIT2014.

Pochi giorni dopo, mi trovo sul palco della Sala dei Dugento a Palazzo Vecchio, Firenze, per spiegare cosa stiamo facendo e perché al pubblico di Museums and the Web, tra cui figurano i professionisti di musei del calibro del MoMA, del Louvre e dello Smithsonian. Si tratta di una conferenza internazionale molto costosa e molto ambita, che si rivela per noi un’impagabile occasione di conoscenza, nonché la scusa perfetta per provare il Google Glass sotto la guida del Digital Specialist del MET di New York.

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Al ritorno da Firenze, stiamo ancora cercando di capire chi siamo e, soprattutto, dove vogliamo andare.

Per prima cosa, pare che andremo a Baltimora, negli Stati Uniti, perché #svegliamuseo è stato invitato alla Social Media Clinic della versione globale di Museums and the Web (e mi tremano le ginocchia già adesso).

A breve, contiamo anche di riuscire finalmente a completare quelle 10 interviste che hanno dato il via a tutto questo. E stiamo già organizzando il lavoro con altri professionisti giovani, carini e (quasi) disoccupati come noi per pubblicare i risultati di #svegliamuseo in un e-book gratuito che fornisca ai musei italiani tutte le informazioni su social media, siti web e scrittura online di cui hanno bisogno.

Cos’altro ho nel cassetto? Sicuramente dei workshop di formazione, e ancora abbastanza sogni da realizzare che mi fanno sentire molto energica e positiva nei confronti del prossimo futuro.

Anche perché gli ultimi sei mesi mi hanno insegnato non solo cosa sia un blog, ma che l’idea giusta può cambiare tutte le carte che erano sul tavolo fino a un momento prima. Basta avere un computer a portata di mano.

 

Un modello di #branding per il retail. Perdere o tenere il controllo?

Il ruolo del retail sta cambiando profondamente. Con la crescita a doppia cifra dell’ecommerce (vedi i dati Comscore) i clienti si abituano sempre di più a guardare i prodotti in store e acquistarli online.

Alcuni retailer (nomi come Zara, Bershka e Nespresso) iniziano a vendere online e consentire alle persone di ritirare il prodotto nel punto vendita fisico (lo store, quindi, come pick-up point).

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Altri, come Warby Parker (un produttore di occhiali fashion, low cost, che vende solo online) utilizzano gli store come luogo per provare il prodotto, in vista di un acquisto che avverrà online. Il punto vendita, quindi, come luogo per un’esperienza di prodotto, ma che non porta a una vendita immediata.

Entrambe queste soluzioni sconvolgono profondamente le logiche economiche del retail, che finora è stato il canale di vendita per eccellenza.

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In dieci anni, possiamo pensare che il ruolo (economico) del punto vendita sarà completamente stravolto, sia in termini di contribuzione al fatturato dell’azienda nel suo complesso, che in termini di funzione.

Come contribuisce il punto vendita alla costruzione dell’immagine del brand?

Il 2012, nel bene e nel male, è stato l’anno di Facebook e degli investimenti online.
La spesa in advertising online tende a crescere (supererà il cartaceo nel 2015) e ormai tutti i grandi brand hanno costruito una base di utenti ampia su Facebook (il 60% delle aziende Fortune 500 investe in Facebook e si notano già i primi segnali di maturità del mezzo).
Il funzionamento di Facebook è anche cambiato profondamente nel corso dell’ultimo anno: quello che, per le aziende, era un ottimo luogo dove fare conversazione sta diventando sempre di più simile a uno strumento di advertising tradizionale, con logiche e ritorni paragonabili ad altre forme di investimento online (su questo punto, Adage ha scritto cose interessanti).

Nel caso dei grandi brand, con pagine da milioni di fan, Facebook funziona molto bene per parlare ma poco bene per conversare. (questo perchè l’edgerank penalizza i contenuti che non sono sponsorizzati, e l’interfaccia di Facebook nasconde le conversazioni con gli utenti)
Invece, il piccolo negoziante di provincia riesce a usare Facebook per instaurare un rapporto diretto con i propri clienti: fa vendita, fa customer care e magari qualche contest. Spesso una pagina Facebook da poche centinaia di fan funziona meglio rispetto a una pagina enorme (in termini di reach e di engagement).

Questa attività contribuisce sicuramente alla costruzione del marchio: per il cliente, il brand si identifica spesso con lo store locale.

Nel retail e nel franchising ogni aspetto dello store è regolato e normato. Il franchisor decide, una volta per tutti, di che colore sono gli scaffali, che cioccolatini saranno nella ciotola, cosa ti dirà il commesso (“Vuole anche un gratta e vinci?”) ma, incredibilmente, non decide come sarà la pagina Facebook del negozio di Matera o del concessionario di Voghera.

Il problema è questo: gli sforzi profusi a livello globale, per costruire brand page da milioni di fan, vengono distrutti a valle, quando il singolo retailer apre una pagina Facebook o un account Twitter autonomamente, senza seguire le linee guida. La percezione del brand diventa così frammentata e disomogenea: ogni touch point fa un po’ come gli pare.

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La maggior parte dei brand pensano principalmente alla comunicazione a livello centralizzato, ma ignorano quello che fa la periferia. Basta un assessment di pochi minuti sulla maggior parte dei brand nazionali per accorgersene: il singolo retailer apre pagine locali, talvolta profili personali, luoghi. Storpia il nome. Stretcha il logo. Però, il più delle volte, riesce a costruire una comunicazione calda e one to one e a ottenere un reach immaginabile per una pagina da milioni di fan.

Le differenze di scopi e di risultati, tra le pagine globali del brand e quelle locali, è evidente ed è riassunta in questo schema.

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Alcune aziende si sono accorte del problema e hanno iniziato a testare delle soluzioni. Un esempio tra i grandi brand è McDonald’s, che è riuscito a coordinare l’immagine di tutti i singoli store: copertine di facebook e immagine profilo sono esattamente identiche e corrispondenti alle linee guida. Tra le grandi catene e i franchising, in realtà sono pochi quelli che stanno applicando questa logica.

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Esiste la possibilità di coordinare gli sforzi a livello centrale e periferico, in modo da ottenere una comunicazione che sia coerente e non rinunci ai vantaggi di uno o dell’altro modello: la forza del branding centralizzato e la personalizzazione della comunicazione (spesso personale e locale) dei retailer.

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La speranza è che le aziende prendano coscienza di questo gap e trovino un modo per colmarlo, integrando le attività svolte a livello centrale e quelle svolte a livello periferico.

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Ecco tutte le slide che abbiamo presentato alla Social Analytics Conference.

Top Mobile Campaign di @Pietro_colella

I device mobili godono di un’altissima diffusione in tutto il mondo dove esistono circa 5 milioni di telefoni cellulari, pari al 72% della popolazione mondiale. In Italia il successo del mobile web è stato determinato dalla crescente diffusione di smartphone, delle tariffe flat e dallo sviluppo delle reti di terza generazione. Oggi si assiste a una specializzazione delle attività di marketing che puntano a migliorare l’efficienza delle varie azioni lungo le fasi che compongono il processo di acquisto del consumatore. La definizione di una strategia multicanale è fondamentale e si basa su 3 elementi chiave: la strutturazione dei divesi canali e infrastrutture, la definizione dei contenuti e l’identificazione dei diversi contesti di partecipazione.

Quelle che seguono sono una serie di campagne che hanno ottenuto grande successo proprio perchè chi le ha realizzate è riuscito a creare il giusto connubio tra questi elementi.

App Game

La campagna multimediale di Refin Ceramiche è stata premiata per ben 2 volte (Best Innovation e Best Engagement, potete trovare qui maggiori info) agli Italian Mobile Advertising Award (qui il sito ufficiale). L’applicazione, disponibile per iOS e Android, permette di trasformare le immagini combinando le 4 famiglie di colori e le diverse dimensioni del prodotto ceramico. Le foto realizzate possono essere condivise sui vari social network e potevano partecipare ad un concorso che permetteva ai vincitori di esporre le proprie immagini al Fuorisalone di Milano dal 17-22 aprile.

L’applicazione, che si rivolge sopratutto ad un pubblico attento alle tematiche dell’arredamento, dà spazio alla fantasia mediante la ricerca delle combinazioni migliori tra colori e le dimensioni del mattoncino.

Intel ha deciso di investire in maniera massiccia sul mercato australiano. Il target principale sono i soggetti di età compresa tra i 18 e 39 anni con una buona attitudine verso l’informatica. L’80% di questi soggetti utilizza lo smartphone e lo fa anche al lavoro per chattare e condividere informazioni. L’azienda, quindi, ha realizzato un portale mobile (in HTML5, quindi multipiattaforma) che contiene 4 minigiochi: musica, gaming, video, design allo scopo di aumentare l’engagement in relazione agli interessi dei diversi soggetti.

L’ obiettivo finale è quello di far sperimentare al consumatore una entusiasmante esperienza visiva grazie a Intel e ai suoi microchip di seconda generazione. I minigiochi si compongono di una serie di livelli sempre più difficili e l’utente può condividere sui socialnetwork i suoi score.

Un caso sicuramente interessante è quello di Heineken. Recenti ricerche (Pini, Noci in Mobile Marketing) dimostrano che sempre più persone utilizzano i device mobili contemporaneamente con altri mezzi di comunicazione, ad esempio la televisione o la radio. È proprio questo il fulcro dell’applicazione Star Player

Il funzionamento è intuitivo: l’utente, registrandosi, può fare delle scommesse live semplicemente cliccando. Si può scommettere sull’evento gol nei 30 secondi successivi al click, sull’esito del calcio d’angolo o del calcio di punizione, sulla direzione nella quale verrà battuto il calcio di rigore. Tutto ciò avviene “one-click”. Nei momenti di minore foga agonistica durante la partita, vengono proposti dei quiz che permettono di guadagnare altri punti. Il giocatore può sfidare tutti nella classifica globale oppure può creare una lega personalizzata tra amici. Ritengo questa iniziativa veramente geniale: viene sfruttata completamente la multicanalità, incrodiando online e offline. La birra durante la partita è un must per tutti gli appassionati, l’applicazione aumenta l’engagement creando una sfida all’interno della sfida principale, cioè la partita. Tutto il resto vien da sè!

QR Code

Negli ultimi periodi si assiste ad una crescita nell’impiego dei QR Code all’interno delle campagne di comunicazione. Se pensavate che il boccale di Guinness Nera fosse l’idea dell’anno. Lo Shadow QR Code creato in Korea per Emart non è da meno. Durante l’ora pranzo, precisamente nella fascia oraria dalle 12:00 alle 13:00 i supermercati sono semi deserti. Un modo per portare le vendite a livelli normali è quello di dare al consumatore un’esperienza unica durante le ore di pranzo.

È stato creato un un QR Code a grandezza d’uomo che è utilizzabile esclusivamente nell’ora di pranzo. Chi riesce a fotografarlo viene automaticamente proiettato nel “Sunny Store” dove sono disponibili una serie di sconti e un buono di 12dollari utilizzabile esclusivamente durante quell’orario. La semplicità dell’idea sta nel fatto di non portare i clienti nel negozio, ma di stimolarli all’acquisto con una esperienza nuova e forse unica.

Realtà Aumentata

Spesso si assiste all’utilizzo congiungo di QR Code e Realtà Aumentata. C’è un’applicazione che ha vinto 4 leoni d’oro al Cannes International Festival Of Creativity, un Bronze Titanium e un Integration Lion. L’applicazione realizzata per iOS sfrutta la realtà aumentata ed è stata creata per reclutare degli studenti di medicina degni di avere una borsa di studio alla Defence Force University nel ruolo di Medical Officer. Gli utenti devono prima scaricare dell’applicazione “Mobile Medic”. Su 3 poster ci sono 3 pazienti da analizzare; inquadrandone uno con il loro device possono esaminarlo con diverse tecniche (TAC, raggi X, angiografia, stetoscopia, ECG e ultrasuoni) al fine di fornire una diagnosi complessiva, a questo indirizzo è possibile provare l’esperienza online.

Dopo aver effettuato la diagnosi gli studenti possono comunicarla all’applicazione inserendo i propri nominativi. I migliori vengono poi scelti per partecipare alle selezioni per la borsa di studio. Engagement ed esperienza di gioco sono il punto di forza di questa applicazione

Un altro caso è quello della Coca-Cola in Brasile. L’azienda è riuscita a realizzare un’applicazione che mostra una notevole coerenza con le necessità dei consumatori e le caratteristiche del brand. La campagna si rivolge ai giovani brasiliani, provenienti dalla classe media emergente, grandi utilizzatori di telefonini ma che non possono permettersi un piano dati soddisfacente: oltre l’80% del target utilizza infatti un telefono prepagato. L’utente, previo download dell’applicazione, inquadra il distributore di felicità. Dopo aver premuto la leva con un telefono cellulare, esso si connette tramite Wi-Fi al browser Coca-Cola, e fa il pieno di traffico dati. 20 megabyte sono “20 litri di felicità” che possono essere utilizzati per i Social Network, per la radio e per le previsioni del tempo. Naturalmente, si può tornare per ulteriori ricariche.

L’iniziativa è stata testata in una spiaggia di Copa Cabana e poi realizzata sull’ “Happiness Truck” dove era anche possibile vincere dei gadget marchiati Coca-Cola. Questa campagna è geniale in un mercato in via di sviluppo come quello brasiliano e colpisce molto come inserendo un nuovo “elemento tecnologico” i creatori siano stati in grado di mantenere una certa coerenza.

Poco tempo fa è stata lanciata l’iniziativa della Wonderbra che mescola l’utilizzo di QR Code e la Realtà Aumentata. Per tutto ottobre e novembre nelle varie città inglesi sarà facile vedere cartelli pubblicitari come questi.

Quello che colpisce immediatamente è che una pubblicità di intimo presenti una donna, la modella ventunenne Adriana Cernanova, completamente vestita. Il QR Code in basso contiene il link per scaricare l’applicazione disponibile su Android e iOs dal nome Wonderbra. Inquadrando l’immagine è possibile vedere, grazie alla realtà aumentata, cosa c’è sotto. È stata aumentata anche la portata virale dell’azione di comunicazione permettendo sia di condividere sui social network la propria esperienza, sia di utilizzare l’applicazione anche con un video direttamente sul computer, il link qui . In questo caso pare che la realtà aumentata funziona con l’audio del video. La presenza di un mini catalogo all’interno dell’applicazione non è uno strumento di call-to-action ma semplicemente è in coerenza con lo scopo dell’applicazione cioè quello di mostrare ai consumatori i prodotti wonderbra in un modo diverso dal solito, senza recarsi in negozio, cosa che spesso imbarazza gli uomini.

Geolocalizzazione

La catena di ristoranti Buffalo Wild Winds ha combinato la geolocalizzazione con la gamification. Taggandosi nei propri punti vendita, i consumatori potevano partecipare, grazie ai loro devices, a mini giochi che avevano come premio menù, bevande ed un viaggio. Le proposte che venivano fatte ai consumatori erano legate al mondo dello sport, in quanto la catena è riferita a quel target. L’obiettivo era quello di generare media buzz e di migliorare il ristorante rendendolo in posto dove è anche possibile divertirsi con gli amici e, perché no, vincere dei simpatici premi. I consumatori venivano invogliati a giocare grazie alla cartellonistica, ai flyer sui tavoli e a mini spot nel circuito televisivo del locale. I player guadagnavano punti vincendo le varie sfide, sharando i propri risultati, le proprie immagini e sbloccando badge. I punti ottenuti davano diritto a dei reward concreti: 3 punti per un buono sconto di 5 dollari, 20 punti per una coca cola gratis e 30 punti per elette di pollo gratuite. I risultati ottenuti sono stati strepitosi, qui potete trovare un riassunto.

GranataPet Snack è un’azienda che produce cibi per cani che ha deciso di realizzare una campagna che integra geolocalizzazione e affissioni. I consumatori sono più attenti alle esigenze del proprio cane quando si trovano insieme ad esso, quindi il momento migliore è la passeggiata giornaliera. I potenziali consumatori quando passano avanti all’installazione di GranataPer vengono attratti dallo slogan “Check in! Snack out!”. Se fanno il check-in su Forsquare il dispenser inferiore eroga i nuovi croccantini per il cane che può liberamente mangiarli.

Prossimità

L’utilizzo delle tecnologie per realizzare campagne di prossimità è, al giorno d’oggi, ancora troppo limitato. Generalmente per realizzare queste campagne si utilizzano antenne Bluetooth oppure RFID. I primi risultano attualmente sconvenienti per una serie di motivi. I costi sono elevati se rapportati alla copertura che hanno i ripetitori, in media una decina di metri, anche se si può arrivare a 100 ma con costri elevatissimi. E’ possibilie, sfruttando le onde radio, scambiare file multimediali però è necessario che chi riceve accetti la connessione e rimanga nei pressi dell’antenna finchè non è stato ultimato il trasferimento. E’ quindi complesso generare formati audiovideoimmagini che siano compatibili con tutti i telefonini (ce ne saranno decine di migliaia in circolazione. Ancora, i dispositivi Apple comunicano solo tra di loro e non con altre fonti bluetooth, quindi scegliere tale tecnologia significa tagliare fuori una buona fetta di consumatori. Per ultimo, questo canale di comunicazione viene spesso utilizzato per azioni call-to-action, piuttosto che per fare branding. Questo non vuol dire che non lo si possa fare però case study dimostrano che inviare uno sconto promozionale via bluetooth ad un utente per invitarlo ad entrare nel negozio risulta più efficace che inviare altri tipi di messaggi. Per ciò che concerne la tecnologia RFID si possono citare alcuni esempi a livello internazionale. Ad esempio Facebook alla F8 Conference ha distribuito delle tessere speciali dotate di RFID. Dopo aver collegato il proprio profilo alla tessera, l’utente, poteva fare check-in o mettere Mi Piace semplicemente strisciando la tessera sui vari punti di interesse e condividere le proprie attività, sotto potete vedere come diventa semplice tracciare il percorso che hanno svolto i singoli soggetti.

Al MotorShow di Bologna, Opel ha realizzato una campagna utilizzando i RFID. L’utente doveva prima ritirare la tessera RFID dal padiglione Opel in modo da linkare il proprio profilo. Successivamente aveva la possibilità di esprimere il proprio like sulle vetture, postare contenuti e foto, aggiornare il proprio status.

Product design e social media: cosa si può fare?

Le aziende di design italiane, sul web, non comunicano come ci si aspetterebbe: l’impressione complessiva è che il settore sia restio a utilizzare internet per parlare con i propri clienti (a differenza, per esempio, del settore fashion – cha ha abbracciato in pieno le dinamiche social).

Eppure basta guardare appena oltre confine e gli esempi d’eccellenza non mancano: Herman Miller, azienda di design nordamericana, supera abbondantemente i 180.000 follower su Twitter. È sintomo di una gestione efficiente e interessante dello strumento: per dimensionare il dato, basti pensare che GAP (abbigliamento) ne ha 165.000 e Domino Pizza 149.000.

Cosa condivide Herman Miller su Twitter? La strategia di contenuti è diversificata, molto interessante ed evidenzia un lavoro importante di ricerca e di curatela, oltre che di produzione di contenuti di alto livello (come l’intervista che segue, al designer statunitense Gianfranco Zaccai che, naturalmente, lavora per Herman Miller).

Tra gli italiani, Kartell è sicuramente tra le aziende più spigliate: quest’anno ha deciso di puntare su Instagram (il social network basato sulle immagini, ora di proprietà di Facebook) con una serie di attività mirate.

 

Mi sembra invece assurdo che uno dei grandi nomi del design italiano, Flos, non abbia una community su Facebook. O meglio, cel’abbia (probabilmente aperta direttamente dagli utenti), ma la lasci completamente a se stessa. Avevo rilevato la stessa situazione un paio d’anni fa, e mi stupisce che non sia cambiato nulla. Una pagina Facebook come questa, con più di 7.000 utenti che – spontaneamente – hanno premuto “Like” per avvicinarsi all’azienda, sono il sintomo di una community viva, efficace, interessante: non coltivarla è un’opportunità sprecata.

(nota: esiste una pagina ufficiale di Flos, ma fa probabilmente riferimento al distributore americano – ha un’impostazione commerciale e i prezzi in dollari – e comunque raggiunge poche centinaia di fan).

Tra i trend in atto, il più importante è la frammentazione delle piattaforme: siamo passati da uno scenario in cui Twitter e Facebook saturavano l’attenzione dei nostri utenti, a un mondo in cui le community si sono moltiplicate e frammentate, in base ai contenuti (Vimeo, Instagram, Soundcloud), in base alle modalità di interazione (domande e risposte, review di prodotto) e in base alle necessità degli utenti. In particolare, i sistemi di social bookmarking sono sicuramente la più importante novità di quest’anno.

Pinterest è il social network più discusso e che ha visto la crescita più importante: aziende come Knoll lo utilizzano per condividere immagini di prodotto, ma anche immagini storiche, campagne di advertising e più in generale per valorizzare il proprio archivio e la propria storia.

 

Esistono anche piattaforme di social bookmarking dedicate alla vendita o alla condivisione di prodotti, come Fancy e Svpply: costituiscono degli importanti moltiplicatori di traffico web, e costruiscono community di persone affini per gusto. Solo per fare un esempio, l’ES01 Extension Socket di Punkt. (disclosure: è nostro cliente) è stato inserito nella collezione di 1063 potenziali persone che lo comprerebbero, su Fancy.

I social media come canale di vendita diventano uno strumento sempre più interessante, per fare da volano alle vendite online. Gli ecommerce infatti, secondo un ricercatore di Harvard Business School, stanno seguendo questi tre importanti trend:

  • gli utenti con un reddito più alto fanno shopping online sempre più di frequente
  • si stanno diffondendo sempre più ecommerce per prodotti ad alto margine
  • gli ecommerce sperimentano modelli di business nuovi e più complessi
Ci staremmo, quindi, spostando verso il quadrante in alto a destra di questo diagramma.

 

I social media oltre la comunicazione

La parte di marketing e PR è solo una porzione di quello che si può fare con i social media. Nel caso del design, ci sono alcune tendenze in atto che ci sembra molto interessante discutere.

Alcune aziende si stanno muovendo nella direzione della Social Enterprise, socializzando sempre di più il proprio processo produttivo. Certo, non tutti i business sono come Threadless (che vende esclusivamente prodotti disegnati e votati dalla community di utenti), ma le esperienze anche nel settore del design stanno crescendo.

Uno dei casi più importanti è certamente Fiat, che ha sviluppato un’autovettura completamente crowdsourced: si chiama Fiat Mio, e wired ne parla qui.

Oltre al crowdsourcing di prodotto, si stanno diffondendo le piattaforme di crowdfunding: Antonio Scarponi, un designer italiano che lavora a Zurigo, è riuscito a finanziare totalmente il suo progetto Eliooo con i contributi degli utenti, raccolti su Indiegogo. Esistono addirittura piattaforme, come Quirky, in cui l’intero sviluppo di prodotto è demandato alla community.

Volete discutere l’argomento con noi?

Il 25 ottobre, a Lissone (MI), ho presentato alcune riflessioni sul settore del product design, durante l’evento programmato da Xenesys sull’IT per il business nell’industria del design e altre aziende marketing intensive

Ecco le slide che ho portato al MAC di Lissone! (che, molto appropriatamente, non ha nemmeno un sito internet proprio – o almeno io non l’ho trovato).

Perchè a docenti e ricercatori dovrebbe piacere Twitter?

Quando l’Università di Ingegneria di Brescia mi ha chiesto di parlare di social network a docenti e ricercatori, mi sono interrogato molto sul problema. Gli argomenti di cui mi occupo di solito (marketing e comunicazione, per esempio) trovano un’applicazione immediata ed evidente sui social media. Per la ricerca accademica questo contatto non è così immediato.

Ho pensato di approfondire l’argomento, chiedendo a persone che lavorano nel mondo accademico (un piccolo gruppo di contatti personali) quali fossero le applicazioni, se ci sono, di strumenti collaborativi e social software nel loro lavoro.

Cercavo risposta a queste due domande:

  • I social media possono costituire una fonte per la ricerca? (una fonte di dati, o di notizie, o un riferimento)
  • I social media sono lo strumento adatto per la diffusione dei contenuti scientifici?

Ho raccolto le risposte (per fortuna molto eterogenee) nelle slide che riporto in fondo a questo post. La piccola review dei casi internazionali ha confermato che le università statunitensi sono molto brave a comunicare sè stesse e a comunicare il proprio lavoro (una su tutte: la Butler University, che ha scelto un cane/mascotte come avatar di Facebook http://www.facebook.com/butleruniversityalumni ). Quelle italiane, probabilmente, un po’ meno. Per esempio, nessun italiano nella lista “le università più influenti su Klout“.

È un peccato: comunicare bene il proprio lavoro (che sia un paper universitario o un nuovo corso di laurea) è un aspetto fondamentale di qualunque professione.

La mia raffica di interviste su twitter ha restituito un buon numero di risposte interessanti. Ne riporto alcune.

 

 

 

Ho anche scoperto che alcuni ricercatori twittano con l’hashtag #phdchat. (Principalmente, si lamentano di essere in ritardo con il proprio paper. Ma lo fanno in modo aulico, vale la pena dare un’occhiata).

In generale, sembra che il mondo accademico possa beneficiare in diversi modi da un utilizzo corretto dei social media (le opinioni raccolte confermano questa tesi). Non è ancora chiaro in che modo, però. Nelle slide ho evidenziato qualche best practice, se avete casi o spunti da aggiungere sono – naturalmente – ben accetti.