PICNIC Festival 2012: Let’s Play Togather

Il PICNIC Festival si presenta come uno dei principali punti di riferimento europei per l’innovazione e la creatività.

Ho deciso di partecipare alla sesta edizione con l’idea di accoglierla in pieno come un’opportunità di assorbire le molteplici attività e esperienze per cui è diventato famoso a livello internazionale. Attraverso una due giorni fitta di eventi, attività e possibilità di interazione vengono affrontati i trend del settore tecnologico con un’ottica sempre rivolta alla possibilità di affrontare non solo il lato business dell’innovazione ma soprattutto apporto per il sociale e sostenibilità ambientale.

The New Ownership

Il tema di quest’anno? The New Ownership: the shift from top down from bottom up. Partendo dalla posizione dei consumatori fino alle analisi più ad ampio spettro sulla rilevanza e la consapevolezza degli utenti su Internet la tendenza è ormai emersa: le potenzialità della rete e della collaborazione online e offline permettono di cambiare la direzione di decisioni, influendo su autorevolezza e innovazione sociale e culturale.

 

Se dal punto di vista business e economico è molto più chiaro comprendere come questo cambiamento possa portare un’azienda a interagire con il consumatore – come nei casi di co-creazione del prodotto – ci sono aspetti che hanno ancora una necessità di definizione in settori come democrazia diretta, pubblica amministrazione, educazione.
Il ruolo della tecnologia è emerso soprattutto nella presenza, e nella tendenza in continuo aumento, alla creazione di piattaforme che favoriscono la collaborazione e l’organizzazione interna degli utenti stessi.

Social Capital of Collaborative Platforms

Uno dei primi incontri su questo tema con diversi esempi interessanti in questo campo partendo da Airbnb il noto marketplace di alloggi. Christopher Lukezic fra i primi a portare al centro dell’attenzione l’esperienza del singolo utente all’interno della community con la storia di Moher.

L’intera presenza di Airbnb su Youtube dimostra le scelte e il guadagno soprattutto umano che deriva dalla scelta di ospitare qualcuno a casa propria. Una piattaforma collaborativa diventa rilevante per i membri che ne fanno parte, la maggior parte di queste realtà è effettivamente inserita in un mercato, di servizi e di opportunità di business.

Il forte cambiamento in questa tendenza avviene perché le persone capiscono le potenzialità della collaborazione spinte dalla volontà di collaborare anche offline, da un lato, e quando chi crea i progetti e le piattaforme dona energia come carica principale, energia che viene condivisa e percepita. The Awesome Foundation e Ioby sono solo due dei molti progetti creati per valorizzare il capitale sociale di una community, grazie a iniziative di crowdfunding nel primo caso o con un’attenzione unicamente locale nel secondo.

“If you can’t open it, you don’t own it.”

Questo fra i concetti più interessanti emersi in merito all’invadenza della tecnologia, device, di una cosiddetta “anoressia elettronica” che porta alla dipendenza da device sempre più piccoli, presentata da Bas Van Abel. La sua citazione proviene da Makezine con l’intento di sottolineare il problema della relazione fra proprietà, consapevolezza e partecipazione. Il nuovo trend dei makers porta a vedere le relazioni di causa-effetto in un modo più semplice e con l’idea ben presente che “ownership is interaction“.

Lo spostamento della produzione dei contenuti non è sempre collegato ad una proprietà degli stessi “the old bottom is the new top“.  Doc Searls – autore del libro The Intention Economy – ha messo in rilievo come le grandi aziende stiano organizzando la produzione dei beni di consumo sulla base delle necessità del singolo consumatore, in questo senso una nuova versione di un possibile Cluetrain Manifesto dovrebbe tenere conto della posizione del consumatore e del suo valore.

Emerge quindi un problema di dimensioni sempre più vaste: la gestione e il controllo dei data dei singoli individui presenti nella rete. Tutte le informazioni che vengono raccolte online in modo più o meno consapevole attraverso il passaggio dei contenuti che condividiamo durante una qualsiasi delle nostre attività quotidiane diventa un patrimonio digitale collettivo al quale in pochi hanno ancora pensato: sia in termini di valore effettivo, sia in termini di gestione della proprietà.

I personal data tenderanno in questo senso ad essere una nuova forma di valuta, una dei grandi punti messi in risalto da Marleen Stikker di Waag Society, e allo stesso tempo si tratta di avere un rapporto sempre più sretto con quello che solitamente chiamiamo ‘numeri’, capire come la maggior parte delle attività che facciamo trasformano in dati perfino le nostre le scelte (su questo è utile approfondire il concetto di quantified self).

People don’t compete for money but for attention.” Il riferimento a Cory Doctorow portato da Tim O’Reilly durante la sua presentazione dal titolo The Clothesline Paradox è uno dei punti di svolta per iniziare a dare effettivamente un peso al valore che viene creato grazie alla creatività umana, alla collaborazione, alle competenze del singolo. Partendo dai più recenti innovatori in ambito tecnologico, fino ai produttori di contenuti online, tutto ruota intorno al valore che viene creato e rimesso in gioco.

L’utilità collettiva di ciò che facciamo è un valore dal quale possiamo trarre tutti vantaggio.

Disruption is an opportunity

Dalle piattaforme collaborative fino alle startup la vera innovazione che sta emergendo riguarda un cambiamento nell’asset e nell’approccio al concetto di imprenditorialità. Anche se questo termine viene usato in modo sbagliato nella maggior parte dei casi i capovolgimenti nella piramide della produzione dei contenuti permettono di avere una nuova visione. La possibilità di condividere esperienze e modelli online e offline – come all’interno delle piattaforme Dialogues HouseChallengePost o CommunityPlanIT  – diventa la chiave per migliorare i singoli progetti e poter essere più produttivi, per concretizzare le idee.

La necessità di celebrare la capacità imprenditoriale, secondo Rupert Turnbull di Wired UK, va premiato quando è legato alla curiosità innata delle persone e permette di vedere – anche – nuovi modelli (concreti) di business.

 

Il PICNIC Festival è un’esperienza memorabile perché oltre la presentazione di temi importanti e di casi concreti diretti ci si trova immersi all’interno di un evento organizzato nei minimi dettagli intorno al partecipante, a cosa sia disposto a portare come singolo e all’interazione. Fra le iniziative che sono state create a livello organizzativo sicuramente notevole OFF Festival, una giornata di incontri informali il giorno prima della conference vera propria (fra i progetti presentati anche FabLab Amsterdam con la community dei possessori di Ultimaker 3D) ma importanti anche la presenza di piccole aree espositive per progetti come Brikki The Lion o la Cardboarders Large Marble Run (costruita proprio durante i due giorni di festival con materiale di recupero) e idee geniali come #badgewords: la possibilità di creare parole unendo le lettere che trovavi sui badge dell’evento.

Cardboarders Large Marble Run: PICNIC @Eye Filmmuseum, Amsterdam from mathijs stegink on Vimeo.

 

E per tutto quello che – sicuramente – non sono riuscita a inserire in questo post, ecco i link ai due report principali dell’evento fatti con Storify:

PICNIC Festival Report Day 1
PICNIC Festival Report Day 2

(scritto da Bianca Ferrari @bia_hvid)

“Metti un politico in rete” – Social Media e Politica 2.0

L’amico Armagio (Twitter @armagio)mi ha chiesto qualche spunto sull’argomento “Politica e Social media” per un articolo da pubblicare oggi su Bresciaoggi.

Con Uncle Pear ho avuto modo di seguire alcuni politici nel loro sbarco sulla rete, fra questi uno dei candidati sindaco al comune di Venezia. Il mondo politico è un mondo molto complesso e delicato da trattare: anche per questo abbiamo deciso di non pubblicare questi lavori nel nostro portfolio.

La presenza online, per un uomo politico, è ormai qualcosa di imprescindibile: tutti si sono accorti che è fondamentale avere un blog, una presenza corretta su Facebook e su Twitter. Ma qual è il modo per avere una presenza online funzionale, che costituisca veramente una leva di informazione e influenza nei confronti della cittadinanza? E quali devono essere gli obiettivi di una campagna di social media marketing politico?

A mio parere gli obiettivi devono essere tre:

1. ascoltare. Ignorare le conversazioni online è un errore gravissimo. Ogni strategia online adeguata parte dall’ascolto continuo e dal monitoring di quello che succede online, attorno al candidato, al partito, ai temi importanti.

2. comunicare. Utilizzare correttamente blog e social network per disintermediare la comunicazione politica, parlando direttamente ai cittadini, senza il “filtro” dei media

3. coinvolgere. Rispondere alle domande, entrare nel merito dei problemi, stare vicino al proprio elettorato. i social media sono un continuo bagno di folla: farne tesoro, perchè questa opportunità non vada persa.

Vediamo come.

È passato molto tempo dal caso Obama (una delle più importanti esperienze di social media marketing politico) a oggi, soprattutto se pensiamo all’estrema velocità con cui cambia la comunicazione online. Nel 2010 un uomo politico italiano (o bresciano) non può accontentarsi di scopiazzare la formula Obama, sia perchè oggi le tecnologie sono cambiate ma sopratutto perchè la nostra realtà è differente e le modalità di utilizzo degli strumenti web vanno adeguate al contesto.

Oggi un blog di un esponente politico è un ottimo canale per disintermediare la trasmissione dei contenuti istituzionali come il proprio programma, la propria visione e i propri comunicati.

I social network offrono molto di piu: ci consentono di passare da una comunicazione broadcast a una comunicazione 1v1 (riscoprire un approccio diretto con l’elettore, una democrazia di paese, in cui il politico può rispondere alle domande dei cittadini, una a una).  Se blog e sito istituzionale  sono un megafono per la voce del politico, Facebook e Twitter sono strumenti di engagement: servono a coinvolgere, a dimostrare in solido “il saper fare politico” del candidato. Il politico deve sapere attirare l’attenzione verso i contenuti rilevanti e farsi portabandiara online delle causa a cui tiene cercando di coinvolgere l’elettorato fan: vince insomma l’essere maggiormente personali, schierati, decisi e l’azione diretta.

Consigli in pillole:

1. Avvalersi di consulenti giovani, under 30 – come ha fatto Niki Vendola (il governatore della Regione Puglia, la cui comunicazione online è gestita da un gruppo di giovani professionisti, FF3300). Il cambiamento sta nei giovani e questi sono quelli che avvertono prima le tendenza della rete e capiscono come sfruttarle al meglio.

2. Parlare nelle piazze giuste – a seconda del target politico, scegliere accuratamente i social network sui quali intervenire: Facebook permette di mirare a un preciso segmento geografico e demografico, mentre Twitter raccoglie l’attenzione di influencer, giornalisti, professionisti. Scegliere, per non disperdere gli sforzi, e cambiare registro coerentemente con il medium.

Come fa Di Pietro, che è presente su tutti i social network (Facebook, Twitter, YouTube, blog) e che fa uso di tutte le strategie (viral). Oppure come fa Ivan Scalfarotto, che parla con micro-circoli di elettori (riunioni informali di 5-10 persone) via Skype: immediato, diretto, gratis.

3. Sposare cause sociali online – com’è composta l’agenda politica del candidato, in termini di interventi, cambiamenti, obiettivi? Probabilmente sulla rete un gruppo di persone sta già combattendo per lo stesso motivo: dare un supporto pubblico alle cause rilevanti significa sfruttare ciò che è già presente in rete. Accorrere dove c’è un problema, e dare la propria risposta.

Come fa Dario Franceschini, che su Twitter esprime le proprie idee, risponde a molti e fa addirittura gli auguri di buon compleanno a Veltroni.

4. Spingere al massimo – nei mercati online chi vince prende tutta la torta. Internet non è un posto per chi vuole arrivare secondo: è meglio mettercela tutta, provare le idee più forti, mettere in atto tutte le strategie, senza timore. Ricordiamo che la rete ha premiato molti newcomer, che hanno saputo sfruttare al massimo lo strumento.

Vale la pena di spingere sulle esperienze online, consapevoli del fatto che si costruisce una fan base solida, che rimane nel tempo e che è possibile coinvolgere, attivare e valorizzare in molti modi.

Naturalemente ogni politico e ogni idea costituiscono un caso a sè. Le differenze ci sono e sono rilevanti.

Questo post è stato scritto a 4 mani: grazie Alessandro Mininno (@Alekone) !

Seguono alcune slide di Uncle Pear, utili anche se un pò datate (Gennaio 2010).

Belisha Beacon

Questa sera parteciperò al programma televisivo Belisha Beacon in onda su un’emittente locale. Discuterò insieme ad altri GGGiovani (scrivo già in modo molto televisivo) riguardo a diversi temi, fra i quali: i social network e la pericolosità della rete (?).  I ragazzi che gestiscono ed organizzano il programma generano discussione ed attraggono commenti attraverso la loro pagina di facebook in oltre offrono la possiblità di rivedere tutte le puntate andate in onda  in download/streaming.

Due paesi in uno

Perchè tutto questo?


Italia – Nielsen

A favore degli investimenti online gioca senza dubbio la vastità del mercato target, che permette grazie alla flessibilità di investimento di rivolgersi tanto ai grandi gruppi quanto alle piccole e medie imprese. Ampie fette di utenti si spostano allo stesso tempo dalla fruizione di media tradizionali alla navigazione su internet. E si tratta in ampia parte propio dei segmenti di audience più appetibili per i pubblicitari, vale a dire adolescenti, universitari e giovani professionisti.


Italia – Mediaset SPA

Inghilterra

Proprio così: per la prima volta la spesa pubblicitaria online supera quella alla TV. E’ l’Inghilterra a segnare questo primato, frutto di un incremento del 4.6% della spesa su internet che raggiunge così quota 23.5% del mercato totale degli investimenti in pubblicità, ma soprattutto per via di un calo (o di un crollo sarebbe meglio dire) pari al 17% della spesa pubblicitaria sul mezzo televisivo che raggiunge così quota 21.9% piazzandosi al secondo posto.

fonti

YouTube – Emilio Fede contro Facebook
Online vs Offline « Wondermark
La spesa pubblicitaria online sorpassa quella alla TV: succede in Inghilterra | myTechnology