Perchè ci siamo comprati Gummy Industries

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Da venerdì 12 dicembre 2014, abbiamo assunto il controllo del 100% delle quote di Gummy Industries (fino a pochi giorni fa la maggioranza di Gummy era controllata da un’azienda di Siena).

Per Gummy Industries inizia una nuova fase.

Questo post serve a fare il punto della situazione, a rivelare un po’ di segreti aziendali e a raccontarvi dove vorremmo andare, nel futuro prossimo.

Tre anni di internet

Immaginate di essere nel 2012.

I social sono tremendamente efficienti e la comunicazione online è un campo ancora poco esplorato. Abbiamo deciso di aprire un’agenzia 100% digital: dal marketing al design, fino allo sviluppo web e ai social. Eravamo solo in quattro persone.

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Ci siamo attivati subito: in poco tempo siamo arrivati a gestire i social di Costume National, D.A.T.E., Bomboogie, Punkt con risultati più che interessanti (abbiamo portato D.A.T.E. da 3.000 a 35.000 fan).

Nel 2013 abbiamo tirato fuori i muscoli: abbiamo iniziato a lavorare per giganti come Ernst&Young, Henkel, Safilo e Ducati. Abbiamo completato 35 progetti tra siti, web app e campagne di comunicazione digital.

Il 2014 ci ha visti impegnati su consulenza e formazione, ma il nostro obiettivo principale è stato lo sviluppo di campagne digital. Abbiamo realizzato progetti come il Meme Generator per The Voice of Italy (RAI) e abbiamo fatto consulenza per istituzioni come Expo 2015.

Come siamo arrivati qui?

Prima di tutto, ci piace molto fatturare

Gummy Industries è un’azienda: la prospettiva reddituale è fondamentale per noi. Se non producessimo fatturato, Gummy Industries non esisterebbe.

Ecco alcuni key points:

  • abbiamo chiuso tre anni in attivo
  • non abbiamo mai fatto ricorso alla leva dell’indebitamento bancario
  • fino a ora non abbiamo mai utilizzato bandi o investimenti pubblici
  • di norma, paghiamo tutti i fornitori in modo puntuale
  • a partire da un gruppo di quattro persone, ora siamo in una decina

Questo fa di Gummy un’agenzia indipendente e libera, in buona salute e in crescita.

Vorremmo vivere in un’Italia più digitale

Uno dei nostri obiettivi è far crescere la cultura digitale nel nostro Paese: parlare di internet, diffondere le best practice, condividere con tutti quello che abbiamo imparato.

Per esempio, tutte le nostre lezioni, le presentazioni e le ricerche vengono pubblicate su Slideshare. Gratis. Quando lo raccontiamo a chi lavora nella consulenza veniamo presi per matti.

Da cinque anni organizziamo la conferenza Pane Web & Salame (con la collaborazione di Talent Garden) che nel 2015 sarà alla sua sesta edizione.

Tra le altre cose, abbiamo curato l’evento Almost Handmade (con il coworking Fabbrica dei Mestieri) dedicato al nuovo artigianato e l’edizione bresciana del festival internazionale di cortometraggi La Guarimba.

Siamo attivi in numerose attività di formazione e insegniamo al MADEE dal momento in cui ha aperto (Digital Accademia, Treviso), oltre che al Master Relational Design (ABADIR, Catania) per cui abbiamo organizzato un workshop da due settimane.

Siamo arrivati a insegnare in Cina presso LABA (Politecnico di Shangai, Ningbo) e abbiamo curato diversi progetti di formazione aziendale.

Ci invitano spesso a parlare in università (Università di Brescia, Politecnico di Milano, Bocconi, IED, Accademia Santa Giulia).

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Qui le persone sono importanti

Cerchiamo di essere flessibili su tempi e modalità di lavoro: puoi andare in Cina un mese o lavorare da casa in Puglia, basta che fai quello che devi fare.

D’altra parte, se c’è una cosa che ci piace è viaggiare per il mondo.

Per esempio, durante il primo anno siamo andati tutti insieme ad Amsterdam: abbiamo fissato più di dieci incontri in tre giorni, abbiamo incontrato persone affini a noi e, chiaramente, siamo andati a vedere Van Gogh.

Ogni persona in Gummy è diversa dall’altra: promuoviamo l’eterogeneità e abbiamo un team veramente trasversale. Crediamo che il personal branding di tutti sia un valore per l’azienda.

Nel corso del tempo, abbiamo avuto tra i nostri collaboratori (in ordine sparso): un’archeologa, un sound designer e dj, una portoghese di 18 anni, un chitarrista, un visual artist, un rapper. Ci piacciono le persone che hanno una vita, oltre al lavoro.

Alla fine, avere un team con tantissimi interessi diversi è un punto di forza: questa pioggia di stimoli fa in modo che nascano tanti progetti, sia lavorativi che collaterali.

Visto che siamo tutti diversi, facciamo in modo che ognuno abbia la sua personalità e valorizzi i suoi punti di forza: qui, quasi tutti insegnano (e sono liberi di farlo) in università. Dove possibile appoggiamo i progetti dei singoli professionisti.

Solo per fare un esempio, Svegliamuseo (la più grande community italiana di professionisti della comunicazione museale) è nato qui, come side project di Francesca.

Teniamo molto alle persone che lavorano con noi e stiamo ragionando su un modello di compensation che possa coinvolgere il più possibile tutti i nostri collaboratori (per esempio, ci piace molto il modello Open Equity di Buffer).

Cosa ci riserva il futuro?

Ci siamo accorti che i social network sono diventati totalmente inutili, in moltissimi casi.

Stiamo cercando di dare un senso a questi strumenti.

Nel campo del retail possiamo utilizzare strumenti agili e immediati come Instagram e WhatsApp per aumentare il traffico e le vendite in store, in modo misurabile. Con alcuni dei nostri clienti stiamo lavorando in questa direzione.

Stiamo progettando di espanderci verso oriente, pensiamo a un business internazionale con base in Italia. Abbiamo contatti con la Thailandia e con il Sud Korea. La media azienda italiana, specie se food o fashion, è molto richiesta a oriente. Inoltre, a nostro avviso molti prodotti orientali avrebbero successo in Europa. Stiamo costruendo una rete di relazioni che ci permetta di seguire questo tipo di progetti.

Vorremmo essere un punto di riferimento per tutti i giovani del settore e per tutti quelli che hanno idee da condividere e le vogliono portare avanti.

Se anche tu credi che un nuovo tipo di azienda sia possibile anche in questo paese e se ti piace conoscere il mondo, mandaci una mail. Lo stiamo facendo.

Alessandro e Fabrizio

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Ecco perché una vacanza in California è meglio di 10 libri di marketing

Durante queste vacanze sono stato in California e mi è sembrato di passeggiare all’interno di un manuale di marketing.  In un paese dove tutto è marketing, tutto è comunicazione, un viaggio diventa un ripasso dei principali capitoli.

Ho preso qualche appunto, cose semplici – scontate forse –  ma che se messe in pratica anche dalle aziende nostrane, farebbero saltare l’economia del bel paese nell’iperspazio.

Detto questo torniamo tra i banchi e impariamo a comunicare dagli americani (o almeno a capire cosa funziona da loro).

 1. Posizionamento, Valori e Auto-affermazione

In America non hanno paura di affermare i propri valori, le proprie origini o le proprie qualità. Tutti i prodotti (o servizi) sono i migliori rispetto a tutti gli altri. In altre parole non hanno paura a vantarsi. Questa scelta è espressa in copywriting molto forti:
  • L’università dice –“Vieni per una laurea, resti qui per il tuo sogno”
  • Il negozio di giocattoli – “Meglio sgridare per 5 minuti i tuoi figli ora, siamo a 5 min da qui.”
  • Il the preso nel piccolo cafè – “The verde, ma con vero succo di limone, tutto è organic!”
  • La vodka di San Francisco dice –“Nata in San Francisco dove il progresso è naturale” oppure “Brinda al progresso di San Francisco”
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  • Il ristorante per il brunch, il bbq, la birreria etc.. – “Il miglior BBQ in San Francisco” oppure “Serviamo la migliore colazione di San Francisco” 
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  • La pizzeria dice – “Una pizza come nessun’altra in città, forse anche di Napoli”
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Cosa ho ripassato in questa lezione di marketing: Comunica i tuoi valori in modo forte.

 2. Branding & identity

Il Branding è tutto, ovunque e comunque. Gli americani sanno bene che un marchio non è solo un logo ma è tutta l’esperienza e il ricordo di un’organizzazione.
Dal ristorante dove mangi al piccolo negozio di cioccolatini, tutto ha un’identità perfetta e tutto cerca di entrare con forza nei tuoi ricordi.
  • Il panificio ha font grossi e packaging di carta e di latta rossi,  mentre sei in coda vedi le persone che fanno il pane e preparano il tuo pranzo.
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  • Il micro-birrificio dalle tovaglie di carta ruvida, i mobili in legno, mattoni in vista e dal vecchio vassoio di metallo sul quale ti serve gli hamburger sul manu ha scritto: “The Perfect Pour. Our beer is served at its optimal drinking temperature via several variable storage and delivery systems. Our custom “on the fly” gas blending system is one of only a handful in the world and allows us precise control over every beer. What does this mean to you? Your beer will be served at the proper temperature to ensure all the flavors you’d miss with a standard system are there for you to enjoy from the first sip.” In altre parole: sanno regolare la pressione delle spine.
  • La compagnia area non ti vende un viaggio low-cost, ti vende libertà. “Questo aereo è dedicato a te, nostro leale cliente. Tu sei la ragione per la quale diamo all’America la libertà di volare”. Manca solo Capitan America che stappa un Jack Daniels con i denti e ti strizza l’occhiolino.
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  • Il salumiere italiano (che in realtà italiano non è) è il mio preferito: vende solo insaccati italiani, di quelli insoliti e difficili da trovare. La gente di San Francisco fa la coda per comprare: nduja, ciccioli o finocchiona. Il packging è di carta, il logo hipster e il naming stupendo per chi vuole spendere un sacco di soldi in una nduja prodotta nelle Silicon Valley. Si chiama Boccalone. (#epic hai vinto il mio premio-comunicazione-vacanza)

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Cosa ho ripassato in questa lezione di marketing: Il branding è il ricordo di tutta l’organizzazione. Fallo bello!

3. Segmentare il mercato e ampliare l’offerta

Quando compri qualcosa c’è sempre una scelta da fare, solitamente limitata a tre strade: servizio base, intermedio e plus.
  • L’albergo a Las Vegas offre il check-in normale con un’ora di coda, aperto solo dalle 15 alle 18, l’early check-in a pagamento prima delle 15. Oppure il misterioso diamond check-in nascosto da due grandi porte di vetro e oro.
  • La bibita del parco dei divertimenti costa 5$ ma con soli 15$ puoi averla nella boraccia del tuo personaggio preferito e con 1$ in più hai il free refill tutto il giorno.
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Cosa ho ripassato in questa lezione di marketing: Riduci (o amplia) l’offerta a 3 possibilità, così ti assicuri che almeno l’intermedia venga considerata. (e poi davvero non vorresti succhiare della coca-cola dalla testa di un Minions??!)

4. Retail

I retail sono laboratori artigiani che mettono in mostra tutta l’artigianalità e la storia dietro a un prodotto.
  • Alla cioccolateria puoi mangiare cioccolato, comprare e  vedere cucinare diversi tipo di dolci.
  • Il museo a cielo aperto di barche al porto ti permette di visitare imbarcazioni dei primi del ‘900, te le racconta attraverso app o chiamandoti al cellulare. In più ti fa vedere il lavoro dei restauratori/falegnami alle prese con l’ultimo restauro.
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  • Da Levis puoi comprare un paio di jeans, e farti sistemare l’orlo, nell’angolo sartoriale all’entrata del negozio. Sistemare un orlo e mettere una toppa colorata su un jeans costa il doppio del jeans stesso.
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Cosa ho ripassato in questa lezione di marketing: Il retail oltre a vendere deve raccontare. 

5.  Messaggi Semplici

La comunicazione è semplice e diretta, niente giri di parole.
  • Il ristorante che ti cucina il granchio dice: -“MANGIA IL GRANCHIO”.
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  • Il negozio di oggetti usati dice: – “L’usato è il nuovo nuovo.”
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Cosa ho ripassato in questa lezione di marketing: Comunica in modo semplice e diretto.

6. Coda coda coda

La cultura della coda è impressionante, sbalorditiva. È ovunque. Difficilmente si prenota o si riserva un tavolo, vai sul posto e fai la coda. La gente non sembra essere arrabbiata e nemmeno sembra sforzarsi di dover tollerare supplizi di ore di attesa. Guide e blog online si spingono oltre e considerando la coda sininimo di qualità e storicità di un servizio.
Dalla coda nascono nuovi servizi: puoi saltare la coda e pagare questa possibilità, acquistare cibo oppure bevande durante l’attesa.
In altre parole la coda è il primo segnale di scarsità del bene/servizio e poco importa se le code a volte sono totalmente inutili e non necessarie.
Qui la coda fuori dall’Apple store, di Domenica non di saldi a negozio chiuso.

Cosa ho ripassato in questa lezione di marketing: “Se c’è coda è perché piace anche a altre persone. vado sul sicuro!”

Come fare community? L’abbiamo chiesto a 12 persone capaci

Quest’estate io e Alessandro abbiamo tenuto un workshop di un paio di settimane a Catania, all’interno del master universitario di Abadir dal titolo: Relational Design.

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Abbiamo dedicato l’intero workshop a progettare, definire e realizzare delle community online assieme agli studenti. Sullo slideshare di Gummy Industries trovate tutte le lezioni che abbiamo preparato.

Oltre alle lezioni frontali e ai progetti, abbiamo deciso di arricchire ogni giornata del master con un’intervista. Abbiamo invitato a raccontare la propria storia persone molto diverse tra loro ma che in comune hanno il fatto di aver costruito una community di successo.

Questo post vuole ringraziare tutti gli amici, i clienti e i colleghi che ci hanno concesso il loro tempo e si sono resi disponibili a rivelare i propri “segreti”.

Di seguito la lunga lista delle community incontrate: c’è sicuramente qualcosa che interessa anche a te!

1. Francesca De Gottardo – SvegliaMuseo

Francesca De Gottardo ha lavorato in Gummy Industries, dove tra un progetto e l’altro ha creato SvegliaMuseo, oggi la community più importante in Italia riguardante: cultura, comunicazione e social media.

2. Sebastian Zimmerhackl

Sebastian è un artista che lavora con le community su Facebook, tra le altre cose. Negli ultimi mesi ha aperto più di 100 gruppi tematici su Facebook, facendo crescere delle community segrete. Raggiunta una certa soglia di interazione, le apre a tutti.

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3. Giuseppe Angelo Fiori – Il coinquilino di merda

Giuseppe ha creato la pagina Facebook “Il coinquilino di merda“, una delle pagine più consistenti degli ultimi anni.

4. Piero Rivizzigno – Glossom

Piero ha creato un intero social network per creativi, da zero. È l’unica persona che conosco che sia riuscito in un’impresa del genere. E Glossom è vivo e attivo, a quasi dieci anni dalla sua nascita.

5. Tommaso Pozza – Il milanese imbruttito

Beh, “Il milanese imbruttito” lo conoscete tutti. L’intervento di Tommaso, uno dei tre creatori della pagina Facebook, è stato veramente interessante: ci ha parlato di come trasformare una community su Facebook in un un progetto editoriale che si espande su più piattaforme (incluso un blog).

6. Alessandro Cinelli – WebdeBs

WebDeBs è la community di programmatori, designer e appassionati di web che abbiamo contribuito a creare e che ci ha accompagnato negli ultimi cinque anni. Alessandro Cirpo Cinelli è la forza trainante della community, la persona che ha contribuito a fondare e a mantenere vivo il gruppo.

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7. Giulio Vita – La Guarimba film festival internazionale

Giulio Vita è la forza della natura che sta dietro a tutto il progetto La Guarimba Film Festival. In soli 2 anni Giulio è stato in grado di proporre due edizioni del film festival internazionale, creare una community di appassionati al cinema e al suo progetto, inoltre ha portato persone da tutto il mondo in Calabria. In questo talk ci racconta come ha fatto a ispirare le persone.

8. Manuel Natale – #Noaitatuaggi

Manuel Natale è l’ideatore della cattivissima e tanto amata/odiata pagina Facebook #noaitatuaggi. Nell’intervista ci racconta il perchè, il come e le reazioni migliori raccolte nei mesi di attività.

9. Antonio Moro – Lega Nerd

Antonio ‘Itomi’ Moro di Lega Nerd è Antonio ‘Itomi’ Moro di Lega Nerd; probabilmente se hai internet sai già che cos’è Lega Nerd. Un ringraziamento speciale a Antonio che ci ha regalato un intervento approfondito, ricco di spunti grazie ai quali ci ha dato un’idea chiara e dettagliata riguardante la creazione della prima community di Nerd Italiani.

10. Bruna Bottone – The voice of Italy (Rai)

Bruna Bottone ha seguito la comunicazione digital di The Voice of italy, uno dei programmi di maggior successo del palisensto Rai. In questa intervista Bruna ci racconta come i meme hanno divertito tutti gli spettatori/follwer del format.

11. Marco Palermo – Roba da Donne

Marco Palermo è un amico, qualche anno fa, con altri soci ha deciso di creare la pagina Facebook Roba Da donne. Oggi una delle community più grandi su Facebook/Italia. Roba da donne conta +1,5 Milioni di fan e una miriade di progetti collaterali: blog, merchandising, eventi..

12. Stefano Veronesi – Ducati

Stefano Veronesi ci ha raccontato di un progetto Ducati legato alla comunicazione digital dei retail del marchio.

Pane Web e Salame 5: fare soldi con internet.

Siamo a un mese esatto da “Pane web e salame 5:  fare soldi con internet Utilizzare i social network per vendere di più in negozio“.

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Eventbrite - Pane, Web e Salame 5: Fare soldi con internet

Per questa quinta edizione abbiamo scelto un titolo forte, volutamente provocatorio, perché quest’anno vogliamo parlare di retail: dei nostri cari vecchi negozi fisici. Oggi, nella nostra città ne stanno chiudendo a decine, nella vostra? 

Internet sta cambiando il modo di fare business: alcuni e-commerce hanno crescite di fatturato a doppia o tripla cifra. In questo scenario è ancora possibile sviluppare un business commerciale su punto vendita fisico? Oppure è meglio cambiare strada? Un tema molto importante per noi, che completa perfettamente le osservazioni dell’articolo di Riccardo Staglianò apparso quest’estate su la Repubblica dal titolo: Il web sta uccidendo la classe media?

Fare soldi con internet, per noi e per PWES5, significa: capire, discutere e farci raccontare da retail, aziende e organizzazioni come si può utilizzare internet per riportare la gente in negozio.

Come ogni anno abbiamo ricercato casi veri e persone che realmente possono snocciolare risultati, soluzioni e numeri. Nessuna formula magica, solo lavoro e nuove idee. Il migliore professore, a nostro avviso, non è mai il Guru ma l’esperienza di chi ci è passato.

Il titolo fa arrabbiare i veterani dell’internet? Poco ci interessa, l’economia e i mercati globali parlano chiaro: chi riesce a fare numeri va avanti, chi non li fa chiude. #bastacazzate.

PWES quest’anno è all’interno di un contenitore più ampio il festival supernova una due giorni di incontri su innovazione, creatività e digital a Brescia.

PWES anche quest’anno è talk, cibo e networking – il tutto, come sempre, gratis.  

p.s. A breve pubblicheremo la lista completa dei talk e dei casi che sentirete durante la giornate del 3 Ottobre.

Non entrerai più in un camerino: come le aziende di moda innovano il retail.

Indubbiamente il settore fashion è quello che più di tutti sta introducendo la tecnologia all’interno dei propri store.
L’utilizzo delle nuove tecnologie è per i brand soprattutto un’opportunità di dialogo e interazione con il proprio target, durante il quale può ingaggiarlo offrendogli nuovi servizi e nuove esperienze.

Abbiamo fatto una breve ricerca e ci siamo aggiornati sugli ultimi migliori casi di utilizzo e integrazione delle nuove tecnologie nel fashion retail.

Topshop stagione dopo stagione si sta rivelando uno dei brand pioneristici in fatto di sperimentazione e utilizzo di nuove tecnologie.
A febbraio durante la London Fashion Week ha lanciato un contest su Twitter ed Instagram in cui le clienti erano invitate a postare il loro fashion week look con l’hashtag #topshopgoesvirtual. In palio c’erano dei posti in prima fila per la sfilata A/W 2014 e fin qui niente di eccezionale, ma la novità sta nel fatto che i posti per la sfilata erano “virtuali”. Erano posti nelle vetrine del flagship store di Oxford Circus, dove, grazie a degli occhiali con tecnologia Oculus Rift e delle cuffie, le clienti vincitrici potevano vivere le emozioni e le sensazioni di un vero front row.

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Nello store di NEO Label di Adidas a Nurnberg, l’esperienza d’acquisto online si interseca con quella offline.
Adidas ha installato delle vetrine digitali con cui le persone possono interagire per visionare la collezione ed acquistarla direttamente.
Copiando un url sul proprio smartphone e inserendo un unico pin, la shopping bag si collega direttamente con la vetrina e si può iniziare l’esperienza d’acquisto interagendo con essa. Si possono visualizzare i capi e farli indossare a dei modelli virtuali, sceglierli e salvarli per un acquisto futuro o condividerli sui propri social.
Adidas permette di acquistare i capi anche durante l’orario di chiusura dello store fisico e questo porta un notevole vantaggio sia per il brand che per il consumatore.

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http://news.adidas.com/GLOBAL/Latest-News/adidas–Tests-the-New-Window-Shopping-Experience-of-the-Future-at-N-rnberg-Neo-Store/s/245172e1-8fb4-49d2-8f43-fc61326a4e48

 

H&M nel nuovo flagship store di Times Square ha inserito la tecnologia nei camerini, tramite postazioni iPad dove è possibile visualizzare tutta la collezione e anche effettuare direttamente il pagamento dei capi scelti, evitando così inutili code alle casse e relativa perdita di tempo per i clienti.

 

Anche Burberry ovviamente non è rimasta indietro.
Conosciuto ormai come il brand che meglio di tutti ha saputo cogliere le opportunità del digitale, nel proprio flagship store di Londra ha introdotto una serie di tecnologie che migliorano l’esperienza del cliente.
Specchi digitali nei camerini che grazie a un sistema di rilevazione chip su radiofrequenza mostrano i capi in passerella che il cliente sta per indossare.
Nei camerini per i bambini sono presenti iPad con App per disegnare e, infine, si può pagare comodamente seduti su uno dei divani dello store grazie a dei pos portatili.

http://www.architecturaldigest.com/shop/2012-12/burberry-london-flagship-store-regent-street-article

Marc Jacobs ha fatto parlare molto di sè quest’inverno, lanciando il primo Tweet Shop a NY in occasione della settimana della moda.
Nel Pop-Up store condividendo una foto su Twitter o Instagram con #MJDaisyChain si poteva ricevere un regalo del brand alla cassa. Il negozio inoltre offriva un’esperienza perfetta per le social addicted grazie a: wi-fi, lounge area, zona bar con dj set e area shooting.

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http://mashable.com/2014/02/06/marc-jacobs-tweet-store/

Diesel ha creato le Gif Booth. Simili alle vecchie macchinette per foto automatiche, le Gif Booth permettono di scattarsi Gif e condividerle sui social. Il brand le ha inserite in alcuni flagship store e ha poi raccolto tutte le animazioni in un tumblr.

http://vimeo.com/76591227

Nei nuovi concept store di Karl Lagerfeld si può visualizzare la collezione su postazioni iPad, commentandola e condividendola sui propri social e si possono lasciare commenti diretti allo stilista. I camerini sono dotati di Photobooth dove i clienti possono scattarsi selfie, customizzarli con i filtri di Karl e condividerli sui social. Inoltre l’esperienza di check out è resa fluida e veloce grazie a pos portatili di cui sono dotati tutti i commessi.

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http://blog.emakina.com/2013/05/08/new-karl-lagerfeld-store-in-amsterdam-offers-rich-digital-store-experience/#.U9YnRoCSyYo

Come Lagerfeld molti brand stanno cavalcando il fenomeno della “selfie mania”, ne parla anche Vogue qui, cercando di interagire con i consumatori anche offline, nei propri store.

Nei negozi Urban Degree scattandosi un selfie in camerino e postandolo con #urbanselfie si riceve automaticamente uno sconto alla cassa, oltre a gareggiare per ulteriori premi messi in palio per il look ritenuto più rappresentativo dello stile del brand.

http://newtosocialmedia.wordpress.com/tag/urban-degree-clothing/

French Connection ha creato la campagna #canthelmyselfie interamente dedicata ai selfie in store.
Il brand ha studiato un’intera esperienza per i clienti, infatti si poteva prenotare online o in store un appuntamento nel negozio, dove poi scegliere un outfit e, dopo trucco e parruco effettuati da un professionista, scattarsi dei selfie che venivano proiettati nelle vetrine.
I selfie venivano poi votati dai passanti direttamente sulla vetrina oppure online sul sito dedicato. Per i vincitori in palio sconti e regali French Connection ovviamente.

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