Perchè a docenti e ricercatori dovrebbe piacere Twitter?

Quando l’Università di Ingegneria di Brescia mi ha chiesto di parlare di social network a docenti e ricercatori, mi sono interrogato molto sul problema. Gli argomenti di cui mi occupo di solito (marketing e comunicazione, per esempio) trovano un’applicazione immediata ed evidente sui social media. Per la ricerca accademica questo contatto non è così immediato.

Ho pensato di approfondire l’argomento, chiedendo a persone che lavorano nel mondo accademico (un piccolo gruppo di contatti personali) quali fossero le applicazioni, se ci sono, di strumenti collaborativi e social software nel loro lavoro.

Cercavo risposta a queste due domande:

  • I social media possono costituire una fonte per la ricerca? (una fonte di dati, o di notizie, o un riferimento)
  • I social media sono lo strumento adatto per la diffusione dei contenuti scientifici?

Ho raccolto le risposte (per fortuna molto eterogenee) nelle slide che riporto in fondo a questo post. La piccola review dei casi internazionali ha confermato che le università statunitensi sono molto brave a comunicare sè stesse e a comunicare il proprio lavoro (una su tutte: la Butler University, che ha scelto un cane/mascotte come avatar di Facebook http://www.facebook.com/butleruniversityalumni ). Quelle italiane, probabilmente, un po’ meno. Per esempio, nessun italiano nella lista “le università più influenti su Klout“.

È un peccato: comunicare bene il proprio lavoro (che sia un paper universitario o un nuovo corso di laurea) è un aspetto fondamentale di qualunque professione.

La mia raffica di interviste su twitter ha restituito un buon numero di risposte interessanti. Ne riporto alcune.

 

 

 

Ho anche scoperto che alcuni ricercatori twittano con l’hashtag #phdchat. (Principalmente, si lamentano di essere in ritardo con il proprio paper. Ma lo fanno in modo aulico, vale la pena dare un’occhiata).

In generale, sembra che il mondo accademico possa beneficiare in diversi modi da un utilizzo corretto dei social media (le opinioni raccolte confermano questa tesi). Non è ancora chiaro in che modo, però. Nelle slide ho evidenziato qualche best practice, se avete casi o spunti da aggiungere sono – naturalmente – ben accetti.

Ti Pinteressa la cultura? Come le istituzioni culturali usano Pinterest

Se hai vissuto sotto un sasso nell’ultimo mese, non sai che Pinterest è un social network nuovo e in ascesa, che ti permette di collezionare stimoli visivi (immagini, video, prodotti) e organizzarli in “Boards”.
Perchè è interessante? Perchè è semplice, è funzionale e non esisteva nulla del genere. Si avvicina a Ffffound (che però non consente la registrazione di nuovi utenti) e a Delicious (che però gestisce le immagini veramente male).
Inoltre, il 59% dei visitatori di Pinterest sono donne, in età compresa tra i 25 e i 44 anni: tutto l’opposto di Google Plus, per esempio, afflitto da una carenza strutturale in termini di genere femminile (almeno nella fase iniziale).

Gli utenti usano Pinboard per collezionare le foto delle scarpe che vorrebbero, dei vestiti per il matrimonio, delle composizioni tipografiche che li attirano, cose così.
Le aziende lo usano per organizzare dei concorsi e per incentivare feedback da parte degli utenti. Per esempio Whole Foods, il mio distributore preferito di cibo genuino, ha intitolato i suoi board “Ti piacciono le verdure?” oppure “Come sta crescendo il tuo orto?”. Date un’occhiata, ve lo consiglio se vi piacciono i broccoli.

Le immagini sono un veicolo potentissimo, per chiunque voglia comunicare una storia o uno stile di vita: il Pinboard di Amnesty International, incredibilemente poco seguito, trasmette i valori della ONG attraverso le frasi dei grandi leader, immagini di libri, film poster. E, naturalmente, anche la collezione di magliette. La rivista Real Simple è riuscita ad aggregare 28.000 followers, con delle Board tematiche per prodotto.

Non sono stato il primo a chiedersi se Pinterest potesse essere utile per le istituzioni culturali. Jim Richardson, consulente inglese di social media marketing per le istituzioni culturali, ha sollevato la questione su Twitter qualche giorno fa. Probabilmente tutto parte da Pinterest stesso, che sul suo blog parla degli utilizzi che le non profit possono fare dello strumento. Jenni Fuchs, la blogger dietro Museum Diary, sta compilando una lista dei musei americani che stanno utilizzando (con risultati alterni) questo mezzo.

I risultati di una prima e rapida ricerca su Pinterest e istituzioni culturali hanno superato le mie aspettative.
Al primo posto, per qualità e valore dei contenuti, c’è sicuramente lo Smithsonian: l’archivio iconografico del museo di Washington è sempre stato all’avanguardia nella condivisione delle proprie immagini.
Pubblicare il proprio archivio, in forma gratuita, è il modo migliore per incrementare la fruizione del patrimonio iconografico e lo Smithsonian l’ha fatto già nel 2008, pubblicando una buona parte del proprio archivio su Flickr, con licenza Creative Commons.
La pagina dello Smithsonian’s Archive of American Art su Pinterest è bellissima.

Citation: Edwin Boyd Johnson, Chicago, Ill. christmas card to Kathleen Blackshear, Chicago, Ill., 1937 . Kathleen Blackshear and Ethel Spears papers, Archives of American Art, Smithsonian Institution.

Le immagini della collezione sono accuratamente organizzate, catalogate e descritte.

La New York Public Library usa lo strumento in due modi (entrambi che implicano un approccio curatoriale). Primo, attira l’interesse con dei contenuti “pop”, che siano fotogrammi di film in cui appaiono dei libri o copertine accattivanti. Secondo, per incentivare la lettura, suggerendo dei libri.

Il Chicago History Museum, invece, devia l’utilizzo dello strumento e condivide dei “dietro le quinte“, in cui mostra le fasi di allestimento. Un utilizzo interessante ma forse poco coerente con il medium. Tra i miei preferiti il National Cow Boys Museum, che colleziona (tra le altre cose) immagini vintage di Cow Girls. Imperdibile.
Il Columbus Museum usa Pinterest nel modo più immediato che potremmo immaginare: per esporre una parte della collezione, in questo caso ha creato una Board con una sotto-collezione di artisti moderni.

Il Moma di San Francisco si distingue con un approccio più serio e più curatoriale. I titoli delle Boards non sono didascalici, ma evocativi, come fossero titoli di mostre.
I coniugi Bernd and Hilla Becher, per esempio, finiscono in una gallery intitolata “Drips and Drops” e l’immagine, accuratamente descritta e didascalizzata, è collegata alla scheda dell’opera sul sito del museo.

Source: sfmoma.org via SFMOMA on Pinterest

 

In Italia, Palazzo Madama (di Torino) sembra essere tra i primi musei ad aver aperto un profilo. Contenuti e follower scarseggiano, comprensibilmente: la piattaforma è ancora in fase embrionale, nel nostro paese.

L’editore d’arte Electa, che potrebbe beneficiare incredibilmente da un servizio come Pinterest e che avrebbe infiniti contenuti da offrire (dalle copertine dei volumi ai contenuti dell’archivio, 2 milioni di immagini) ha aperto un account proprio mentre sto scrivendo queste righe. È comunque tra le primissime case editrici, insieme a Penguin e a poche altre, secondo il recentissimo report di blogads (blogads sta organizzando una conferenza su libri e community management, il 15 febbraio, qui).

 

Naturalmente, qualunque cosa facciano musei, archivi e biblioteche arriva in ritardo rispetto a quello che fanno gli utenti: una semplice ricerca con la parola chiave “museum” o “books” restituisce centinaia di risultati, ordinati, descritti e di alta qualità. Alcuni utenti creano il proprio museo ideale, raccogliendo le loro opere preferite, complete di commenti, riferimenti e citazioni.

 

Cosa ho imparato da questa rapida review di Pinterest?

  • il sistema di ricerca di Pinterest è lentissimo e terribile
  • Pinterest ha già una base di utenti ampia e consolidata, e ha già mostrato risultati interessanti in ambito aziendale
  • Le istituzioni culturali su Pinterest sono poche e, per ora, hanno scarsi risultati e un utilizzo del mezzo che non è certo eccitante
  • Probabilmente Pinterest costituisce un mezzo di comunicazione e promozione molto potente per tutti i content holder: biblioteche, archivi, musei, case editrici
  • Come in tutti i casi, bisogna avere qualcosa da dire. Qui è la content strategy a fare la differenza.

Probabilmente, da questa review mancano molti casi e molte istituzioni culturali. Se ne conoscete qualcuna in più datemi una mano con una segnalazione, nei commenti o via twitter. Grazie!

Social media e fashion nel 2011

Questo post è un punto della situazione sulla comunicazione online nel settore fashion, scritto a quattro mani da Alessandro Mininno e Bianca Ferrari.

Il 2011 è stato un anno lungo per il settore della moda, che ha visto una repentina impennata nella diffusione della comunicazione online, come attestano i numerosi casi che abbiamo raccolto. Le case di moda usano i social media quasi esclusivamente come strumento di marketing e non, per esempio, come strumento di idea generation o di customer care.

Ma Facebook e Twitter non sono gli unici strumenti ad avere un’adozione sempre più ampia. Quali sono i trend dell’anno? Quali sono state le applicazioni migliori? Proviamo a fare un punto della situazione, per capire quali possano essere gli strumenti da tenere d’occhio in questo momento.

 

1. Mobile e mobile commerce

Partiamo dalla bottom line. L’e-commerce: internet è un canale di vendita, e i dati lo confermano. Eurostat dice che il solo mercato europeo online, nel 2010, valeva 202 miliardi di dollari. Sarebbe un importo pari al patrimonio personale di Gheddafi. Si tratta certamente di un mercato in crescita: a titolo di confronto, gli stati uniti crescono del 12.6% annuo (fonte: fevad).

Cosa sta succedendo qui? La crescita del numero di smartphone e di connessioni da cellulare potrebbe portare il mobile-commerce, secondo Forrester, dagli attuali 6 miliardi di dollari (in US) a 31 miliardi nel 2016.

Perchè è interessante per il settore della moda? Le rilevazioni Comscore di settembre 2011 dicono che il 37% delle persone che fanno shopping con uno smartphone hanno comprato abbigliamento.

Google Insight riporta che

  • 79% usano uno smartphone come aiuto per lo shopping
  • 70% usano lo smartphone in negozio
  • 35% comprano con lo smartphone
  • 27% hanno comprato da un sito per mobile
  • 22% hanno comprato da una mobile app
  • lo spending medio annnuo in acquisti da mobile è di US$300.

Il mobile commerce si coniuga, sostanzialmente, in due modi.

  • e-commerce accessibili da mobile
  • e-commerce in formato nativo, per iOs o Android

Asos per esempio, distributore e marketplace inglese, sceglie la soluzione dell’applicazione nativa per mobile, e si assicura che l’applicazione sia sincronizzata con il sito scrivendo delle apposite API. Asos investe molto su questo canale, anche perchè ha visto crescere le vendite online del 61% nel primo quarto del 2011, totalizzando un fatturato di 104 milioni di sterline dal sito web solo in quel periodo.

Anche Nordstrom ha puntato a un sito completamente ottimizzato per il mobile (visibile qui), in cui lo shop è perfettamente integrato e accessibile: i 705 milioni di dollari di vendite, realizzati nel 2010 via ecommerce, devono aver aiutato l’azienda nel percepire il mobile commerce come una priorità.

Un esempio italiano è lo store di Salvatore Ferragamo (http://www.ferragamo.com), visibile da browser e realizzato in Flash, ma raggiungibile da iPad con un’interfaccia completamente diversa in HTML5. Poco prima dell’adozione della soluzione da parte di Ferragamo, un’analisi effettuata sugli ads del NY Times ha mostrato che una parte consistente della clientela interessata all’acquisto vi rinunciava poiché non atterrava su un sito ottimizzato per l’acquisto da iPhone.

2. Social commerce

Se è vero che lo shopping è sempre stato un’esperienza sociale, è evidente che ricostruire le dinamiche di gruppo (la scelta comune, il confronto, la condivisione) all’interno dello shopping online diventa sempre più importante: la componente “social” è, probabilmente, ciè che può avvicinare ancora di più l’e-commerce a un’esperienza di acquisto offline.

Tra i primi a capirlo, Levi’s ha integrato completamente Facebook all’interno del proprio “Levis Friends Store”, già nel 2010.

Questo rende possibili due nuove feature: possiamo vedere quali sono i jeans che hanno ricevuto più “like”, per decidere di comprare quelli più popolari, o di scartarli. E la seconda, più importante: l’ecommerce ci dice su quali modelli i nostri amici hanno schiacciato “like”. Non solo ricostruisce le dinamiche sociali presenti offline: le potenzia, aggiungendo delle informazioni in più. “Levis Friends Store” è stato certamente un progetto apripista in questa direzione.

 

Mi sembra molto interessante il caso di Gilt Group, una piattaforma di flash sales con più di tre milioni di utenti: il sito vende dei quantitativi limitati di prodotto per un periodo estremamente breve (36 ore, ad esempio). Gilt Group sostiene di essere un servizio “sociale”: ottiene nuovi iscritti grazie a un efficiente sistema di referral e ha un pulsante “like” e “tweet” su ogni prodotto. Ma non solo: sulla pagina Facebook di Gilt Group è possibile trovare sconti (daily deals), un sistema per gli acquisti di gruppo e una piattaforma di Facebook Commerce.

Se Levis e Gilt ricostruiscono le dinamiche sociali, Bonobos aggiunge all’ecommerce delle dinamiche di gioco: a novembre 2011 Bonobos “nasconde” delle immagini sul blog notcot, partner dell’iniziativa. Chi trova le immaginette Bonobos, “vince” 25$ in shopping e la spedizione gratuita. Bonobos, parlando della componente di gamification che applica al proprio ecommerce, dice: “È importante che sia social, non che sia commerciale”. La campagna si rivolge a un target maschile, che è interessato a interagire e a divertirsi, più che a parlare di moda.

 

Con un’idea simile, ma al femminile, Shoedazzle aiuta le proprie utenti a scegliere le scarpe attraverso un quiz.

 

Gilt e Shoedazzle non sono gli unici sistemi a integrare social network e gamification in uno store online: Shopwityourfriends è un marketplace che si basa interamente su queste dinamiche, e implica una serie di achievements per incentivare comportamenti differenti.

Gli utenti (si rivolge a un pubblico principalmente femminile) possono collegarsi via facebook e ottenere punti per ogni “azione” social: condividere un prodotto, lasciare un commento, invitare un amico. Bluefly (un altro ecommerce fashion) cerca di ottenere qualcosa di simile tramite una partnership con Badgeville: ogni volta che l’utente compie un’azione notevole (per esempio, guarda un video) il sito lo ricompensa con un reward.

L’ultimo step della socializzazione è quello che passa dalle attività “in real life”: campagne come Diesel Cam (2010), che permettono al cliente della marca di jeans di pubblicare una foto del proprio fondoschiena su Facebook, oppure siti / applicazioni come Go Try It On, che permettono alle persone di chiedere un parere sul proprio abbigliamento, prima di uscire, a tutto internet.

 3. Geolocal

I servizi di geolocalizzazione sono un trend che ha preso sicuramente piede nel corso del 2011, fino a diventare una consuetudine integrata con gli altri servizi e quasi invisibile (vedi Twitter, che posiziona praticamente tutti i tweet nello spazio, senza chiederlo all’utente).

Foursquare è stato sicuramente il player dominante per tutto l’anno, anche se iniziano a vedersi i primi segnali di flessione: il numero di utenti del servizio di Dennis Crowley sarebbe infatti in stallo.

Come viene utilizzato dai brand? Sicuramente la feature più utilizzata è la possibilità di avere una branded page, con la lista delle venue suggerite dall’azienda e con una lista di suggerimenti. Vuoi conoscere la farmacia preferita di Louis Vitton a Milano? Conoscere gli hotel più romantici di New York con Victoria’s Secret? Adidas, per esempio, lascia suggerimenti come questo: “If you are not driving a car, ask for a Negroni, the big one”.

Il passo immediatamente successivo è l’integrazione di foursquare con gli altri social network: un esempio è il widget di Dolce & Gabbana su Facebook.

L’onnipresente Luisa Via Roma è anche su Gowalla: si tratta di una scelta interessante. È importante presidiare anche i canali di nicchia? Se sì, quando?

Un caso interessante è sicuramente quello di Fratelli Rossetti: durante la Fashion Week di Milano, la boutique di Via Montenapoleone ha regalato una borsa speciale, solo ed esclusivamente a chi faceva check-in con Foursquare.

 4. Digital Advertising, branded content e social network

Sui social network l’interesse degli utenti non è più rivolto solamente ai grandi riferimenti di stilisti e influencer come Scott Schuman, Franca Sozzani, Stefano Gabbana e le grandi maison. La fruizione dei social network integra l’esperienza di acquisto del prodotto, il desiderio di esperienze esclusive legate al marchio (da sempre legato al settore moda) e le informazioni legate al prodotto. Le categorie di riferimento del settore moda sui social media si allargano a magazine di settore, community di nicchia e fashion blogger.

Un traguardo numerico come il 10 milioni di fan su Facebook per la pagina di Burberry rende chiaro come comunicare uno storytelling di valore diventi il punto più importante e un corretto uso dei canali preveda la declinazione a 360° della comunicazione online.

La sola pubblicazione di contenuti non è più sufficiente e nel 2011 una delle grandi tendenze è stata la gestione di branded content di tipo editoriale: il blog con la comunicazione delle novità interne non è più uno strumento sufficiente. Dolce & Gabbana aveva guardato avanti con la creazione di Swide, un luxury magazine e ha integrato poi tutti i profili social personali e official nel sito principale.

 

L’idea di ampliare l’approccio ai social media con contenuto che crei un mondo attorno al marchio si trova anche nel sito di 55dsl, nello spirito Lacoste Live o nella recente applicazione per iPhone Amble with Louis Vuitton.

Frai casi italiani la nascita del blog di OVS Industries con i consigli di stile o la campagna di Maggie Jeans per la ricerca di una ghost blogger da dedicare al progetto di contenuti.

Le migliori campagne di advertising create durante l’anno hanno volutamente coinvolto in più fasi il pubblico orientando l’uso di Facebook come luogo adatto alla gestione di contenuti e di pricing esclusivi – come l’attività sulla pagina di Urban Outfitters e i “Wrap of the month” in esclusiva di Diane Von Furstenberg.

Spinte dai numeri di un’ampia user base raggiungibile la scelta di contest destinati alla creazione di contenuto user generated come la recente campagna di Moncler su Facebook e Twitter OkNowYouTakeYourPicture, integrata poco e male con i social network, che ha prodotto un passaparola superficiale di immagini per la campagna SS2012 e il passaparola è stato spinto su Twitter con l’hashtag #oknowyoutakeyourpicture raggiungendo quasi a livelli di spam.

Dolce & Gabbana ha indetto una selezione tramite Facebook del protagonista di uno dei prossimi music video clip e GoldenPoint ha organizzato un contest solo su Facebook per la creazione di un proprio oufit.

Fra le campagne digital degne di nota sicuramente Diesel Island che ha proseguito sui passi della Official Be Stupid Philosophy con display a tappeto, la creazione di contenuti esclusivi online su YouTube, un’applicazione su Facebook che ha portato il tanto atteso bottone di Dislike e riscosso enorme successo e l’organizzazione di eventi in tutto il mondo e gestione della comunicazione degli stessi.

Le pagine Facebook di brand che hanno mantenuto attività di partecipazione e condivisione con gli amici e collegamenti ai prodotti al loro interno riscuotono molto più successo di quelle che si limitano all’uso di Facebook come canale di newsgiving e aggiornamento.

Fra gli esempi più noti Tommy Hilfiger con l’applicazione di augmented reality The Preppy Point of View che permette di provare virtualmente alcuni modelli della nuova linea eyewear e attualmente dei contenuti ad hoc sulla campagna Preppy Holiday. Allo stesso modo Lacoste ha diverse applicazioni attive fra cui MyCroc e Croc Moods per reintepretare il marchio con l’aspetto divertente del coccodrillo mascotte del brand, oltre allo store e a una collaborazione speciale con Lookbook.nu

 

Le community di nicchia che danno la possibilità di condividere outfit e all’interno e sui propri principali profili social hanno iniziato finalmente a vedere i brand affacciarsi a questo mondo. Oltre a Lacoste anche Mango ha recentemente collaborato con Lookbook.nu. Chicisimo per esempio è una realtà recente che vanta già diverse collaborazioni come Zara, Bershka, Stradivarius e Guess. Fra le caratteristiche anche una lieve tendenza alla gamification con la presenza di badge legati a marchi o al feedback ricevuto.

Altri esempi sono Chictopia, community attiva dal 2008 con un sistema di reward a punteggio legato anche alla possibilità di convertire i punti in acquisti e StylePage network diretto a disegner e creativi che integra per primo anche un sistema di monitoring più avanzato per visualizzare l’andamento degli stili creati.  I brand hanno imparato a raccogliere le informazioni presenti in network come Polyvore e Fashiolista come Victoria’s Secret che ha gestito e integrato un contest su Polyvore dalla pagina Facebook.

I problemi emergono però nella gestione del feedback negativo. Ha fatto scalpore nella prima metà del 2011 il caso Patrizia Pepe che ha dimostrato come manchino le basi della gestione dei fan online. La ricaduta sulla presenza online del marchio è stata immediata a causa di un attacco immotivato ai fan da parte di chi gestiva la pagina e una mancanza di apertura alla discussione e di atteggiamento propositivo. La gestione della comunicazione è poi stata demandata al blog dove potete trovare anche i dati numerici e gli effetti della crisi.

I casi di chiusura nei confronti di feedback negativo su Facebook non sono rari – ricordiamo anche la chiusura dei commenti in bacheca di Versace in seguito agli attacchi contro l’uso del trattamento di sabbiatura dei jeans – ma spesso si tratta di capire quanto lo staff dedicato alla pagina Facebook sia tentato a permettere la pubblicazione solo dei feedback positivi e lasciare nascosti quelli negativi ad esempio.

Uno dei grossi punti non risolti invece è la customer care. Gli esempi positivi di Yoox, Asos e Threadless nel retail e vendita online lasciano spazio ancora a errori come il caso di LuisaViaRoma che ha investito parecchio nell’ultimo anno in digital pr, eventi e comunicazione di brand ma grazie ai commenti in questo post di lamentele di Guia Soncini sembra che abbia dimenticato qualche regola base.

Uno degli aspetti positivi è l’interpretazione dell’uso di Twitter come strumento di interazione in real time. La conferma negli appuntamenti della New York Fashion Week #NYFW e Milano Fashion Week #MFW e per la Vogue Fashion Night Out #VFNO e #VFNOJP. Per primo quest’anno proprio il blog di Twitter a dare una lista di consigli per seguire eventi, giornalisti e update direttamente dalla sfilate. Gli aggiornamenti da backstage tramite immagini e Twitter hanno quindi contribuito ad aprire le passerelle anche ai non addetti ai lavori grazie al feedback positivo di interesse sempre crescente per il mondo della moda.

L’uso dell’hashtag in modo funzionale è stato anche applicato con la creazione del contest #versaceforhm in occasione della collezione creata in una versione low cost come collaborazione fra i due marchi. A risolvere parzialmente i disagi dell’anno precedente con la collezione Lanvin for H&M, il contest su Twitter ha scelto alcuni vincitori che hanno avuto il posto in prima fila all’apertura dei negozi e il passaparola sul network è servito come informazione sullo stato di vendita dei capi (che sono andati ovviamente a ruba).

Anche se in Italia è uno strumento meno famoso, ha avuto una forte rilevanza anche Tumblr per gli aggiornamenti in diretta. In particolare ricordo la selezione di blogger presenti su Tumblr per la preview delle sfilate e l’utilizzo dello strumento da parte di due delle voci più individuali di brand come la pr girl di Oscar De La Renta e la dkny pr girl dal desk di Donna Karan.

L’adozione di Instagram da parte degli utenti di Twitter ha predisposto l’integrazione istantanea dello strumento anche nel settore moda, da parte di influencer e fashion blogger e anche da parte dei brand.
Oltre alla creazione dei profili all’interno del network di Instagram ci sono casi interessanti di integrazione con Facebook, come nel caso di Asos , di utilizzo come fonte di raccolta immagini da parte di Donna Moderna con la creazione di Instaglam durante le sfilate alla Milano Fashion Week e di integrazione come contenuto media nella campagna #marcfam per Marc Jacobs che prevede l’aggregazione di contenuti su un apposita gallery online.

  

Nella costruzione dello storytelling di un marchio emergono un paio di punti interrogativi. Il primo è la perdita di importanza delle campagn di advertising video e sulla carta stampata, il che ha avuto come consguenza la necessità di ripensare a un canale come YouTube.

La creazione di un contenuto virale perde di efficacia se non è inserito in un’azione più ampia. Una campagna ben riuscita come quella di Lanvin per la FW11-12 o l’idea dei video virali natalizi di Converse hanno chiaramente un inserimento diverso all’interno dello storytelling complessivo se confrontati ad esempio con le performance della campagna Burberry Acoustic.

Il secondo interrogativo è la predominanza e l’utilità che hanno avuto i fashion blogger nella costruzione dello storytelling per i marchi del settore moda e la scelta fatta, forse in molti casi, per sfruttare l’ondata di seguito che hanno questi influencer senza analizzare il peso e la qualità dei contenuti che vengono pubblicati.

Con The Sartorialist l’accento era fortemente orientato al concetto di street style e trend setting. Le collaborazioni spesso forzate fra marchio e blogger stanno facendo girare l’ago della bilancia verso l’idea di testimonial, un concetto molto distante dal mondo social.

Design Royale: il social learning con Facebook è possibile

Il progetto Design Royale (una startup, a modo suo) nasce per dare una possibilità agli studenti di design di tutto il mondo, di frequentare un corso con dei designer italiani.

Soddisfa un bisogno concreto: se sei un giovane studente di Bangkok, magari non hai i 3.000 euro che ti servono per venire in Italia e studiare a Milano. E se vuoi farlo, internet può essere l’unica soluzione.

Sicuramente il web costituisce il supporto per la didattica in moltissimi casi e il Social Learning è ormai una realtà affermata e condivisa. Per coniugare la domanda e l’offerta di insegnamento, internazionale, usare il web è la prima cosa che ti viene in mente (soprattutto se sei me, che lavoro con internet tutto il giorno, ma anche se sei Stefano Mirti, ex direttore di NABA, un vulcano di idee vorace di novità).

[ho lavorato come supporto, soprattutto per la parte di social media, durante tutta l’evoluzione del progetto]

Il progetto Design Royale, però, si è posto (si pone) un obiettivo diverso e inedito: usare il web per insegnare il design e per trasmettere una conoscenza pratica e concreta, attraverso dei workshop completamente online.

Naturalmente esistono siti in cui si può imparare a fare delle “cose”: Instructables per esempio, il posto migliore dove cercare istruzioni pratiche online, per esempio “Come colorare la tua jeep in modo che sembri un veicolo d’assalto“. E altrettanto naturalmente esistono dei luoghi per apprendere conoscenze teoriche, online (innumerevoli, la Parallel School of Design è una).

Tuttavia, c’erano delle variabili che nessuno, imho, era ancora riuscito a produrre in ambiente online. O almeno, non tutte insieme – nè nel mondo del design.

  • il rapporto insegnante-studente
  • le interazioni d’aula (pubbliche, tra il docente e gli studenti, ma soprattutto tra gli studenti), ivi inclusi commenti, complimenti e critiche
  • la circolazione di idee, riferimenti visivi, materiali
  • l’assegnazione (online) e lo svolgimento di task (concreti e offline)

Quindi, (la prima edizione di) Design Royale è il tentativo di condurre quattro workshop, sul design, con studenti internazionali, completamente online.

In vista del salone del mobile 2011, i quattro docenti (Elio Caccavale, Hagit Pincovici, Luca Poncellini e Antonio Scarponi) hanno prodotto quattro brief.

Hanno chiesto agli studenti di fare cose, per me, assolutamente incredibili: realizzare una sumo suit, una bento-box originale, una struttura abitativa sospesa e un sistema aquaponico (in cui fosse possibile coltivare un pasto completo al giorno, pesce e insalata).

 

Di solito, sono totalmente indifferente alle scelte software: me ne infischio. Però, quando Stefano mi ha proposto di usare Facebook per condurre i workshop, mi sono opposto fermamente. Ho anche provato a parlarne sul gruppo FB Social Learning, ma l’idea è stata accolta in modo tiepido, o addirittura contrastata.

Questo esperimento ha dimostrato che è assolutamente possibile organizzare dei workshop di design, basati interamente sui gruppi chiusi di Facebook, e che – anzi – la piattaforma si rivela molto funzionale.

Ecco alcuni vantaggi:

  • Facebook è gratis
  • Tutti gli studenti conoscono Facebook e hanno confidenza con lo strumento
  • Non solo: passano su Facebook la maggior parte del tempo
  • È possibile condividere contenuti (video, foto, testi)
  • È possibile interagire molto facilmente con gli altri studenti e con i docenti
  • Il “Mi Piace” è un sistema di votazione semplice e immediato
  • La chat di gruppo è un sistema istantaneo per parlare con persone su fusi orari diversi

I vantaggi hanno superato ampiamente i downside della piattaforma, che comunque ci sono. Eccoli:

  • Alcuni docenti NON hanno confidenza con Facebook (ma, probabilmente, non ne avrebbero avuta neanche con altri sistemi)
  • Non è possibile ordinare i contenuti, nè taggarli (i gruppi di Facebook non sono fatti per questo)
  • Non è possibile avere aree veramente chiuse, nè a pagamento (e questo può essere un male, se si vogliono privilegiare dei gruppi ridotti di studenti)

I workshop, della durata di una settimana, hanno funzionato decisamente bene. Docenti e studenti hanno interagito in modo efficace e i risultati prodotti sono stati di ottima qualità.

Ecco alcuni screenshot. Alcuni studenti di Antonio Scarponi presentano gli elaborati finali

Luca Poncellini commenta il prototipo di uno studente.

Tutti gli elaborati prodotti nel corso dei workshop sono finiti in un grande evento, durante la Design Week 2011 a Milano.

In questo video Stefano Mirti (a 5’20”) spiega come è stato utilizzato Facebook per realizzare Design Royale.

www.youtube.com/watch?v=oXyRaXRQsUw


Tutti i gruppi Facebook (ora aperti al pubblico) nei quali si sono tenuti i workshop sono ancora online.

Il progetto con più “Mi piace”, una bento box originale disegnata da Pariphat Sinma, è stato presentato sulla pagina Facebook pubblica di Design Royale e realizzato.

Design Royale è stato un gigantesco esperimento di collaborazione online: tra i risultati più interessanti, la prova del fatto che gli strumenti (come i gruppi chiusi su Facebook) possono essere utilizzati ben oltre la loro funzione originaria.

DR continua, per ora, su un blog , oltre che sul sito, sulla pagina FB e su Twitter. Ma non sono esclusi futuri sviluppi di quello che è, sicuramente, un modello di apprendimento funzionale.

Monitorare i Social Media: gli strumenti indispensabili per l’ascolto.

Edit: mi fanno giustamente notare (grazie gabriperego) che non ho incluso nel confronto Radian6, attualmente molto in voga anche grazie all’acquisizione da parte di SalesForce.

È uno strumento che ho testato, di fascia alta (500$/mo) e che certamente ha moltissimi punti di forza. L’ho escluso dal confronto perchè, in base al mio test, mi sembra uno strumento molto più impressionante per il modo in cui gestisce il teamwork (la distribuzione dei tweet tra varie persone, l’analisi manuale del sentiment), piuttosto che per la mera rilevazione delle mention. L’avremmo incluso nel prossimo post, sugli strumenti per il Social CRM! 😉

Tutte le campagne marketing di Uncle Pear partono dal monitoring e dalla rilevazione: per pianificare la comunicazione online di un brand (soprattutto in ottica social) è indispensabile capire qual è il punto di partenza.

  • Qualcuno sta parlando dell’azienda?
  • Esistono mention positive o negative?
  • Chi sono gli influencer in un determinato settore?

Esistono moltissimi strumenti per il social media monitoring, alcuni gratuiti e altri a pagamento (c’è addirittura una cosiddetta “infografica” sui migliori strumenti).

Nel corso del tempo, noi abbiamo avuto la fortuna di provarne molti. Ecco alcune considerazioni qualitative.

Google Alert (gratis)

Lo strumento base è certamente Google Alert: ci consente in un click di ottenere un feed con tutti i (nuovi) risultati di Google su una determinata parola chiave. Possiamo ricevere le notifiche via email o tramite un feedreader.

È uno strumento accurato, ma molto basilare: se avete bisogno di aggregare e analizzare i risultati usatene un altro!

IceRocket (gratis)

IceRocket è un altro servizio gratuito. Aggrega le mention per sorgente e ha alcune feature interessanti

  • Cerca su Facebook (chiaramente solo nelle pagine pubbliche, e non troppo bene), su Twitter e nei blog
  • Rileva i trend di ricerca per le parole chiave

IceRocket è uno strumento di qualità intermedia, da usare sicuramente come supporto ma non come strumento primario.

Addictomatic (gratis)

Addictomatic è uno strumento esteso e molto completo: aggrega i risultati di ricerca da moltissime fonti. È utile per avere una panoramica immediata della situazione su tutti i network:

  • Google
  • Bing
  • Twitter
  • WordPress.com
  • YouTube
  • Flickr
  • Truveo
  • Wikio
  • Twingly
  • Friendfeed
  • Ask.com
  • Yahoo News

Ed è addirittura possibile aggiungere molte altre fonti:

L’unico difetto è la sua memoria breve: non ci consente di vedere i risultati storici, più vecchi. Da usare per avere un’istantanea della situazione di un brand.

BoardTracker (gratis)

BoardTracker sarebbe (se funzionasse) uno strumento utilissimo: cerca sui forum, nelle board. Avrebbe quindi la possibilità di tracciare tutte quelle discussioni, importantissime, che spesso rimangono sommerse rispetto ai motori di ricerca.

Il problema è che traccia unicamente i forum iscritti al servizio (circa 2 milioni), perlopiù in lingua inglese. Per le parole chiave o i brand italiani, di conseguenza, è di limitata utilità (non perdete tempo, passate al prossimo!).

SocialMention (gratis)

Se dovete scegliere uno strumento completo e gratuito, SocialMention è la risposta.

Si tratta di uno strumento veramente eccellente: traccia i risultati su moltissimi network (praticamente tutti), consente di cercare più keyword, di esportare i risultati in CSV, di vedere i nomi degli utenti e degli influecers.

Addirittura ci fornisce dei dati aggregati: numeri come strenght, sentiment e passion che ci consentono di capire a colpo d’occhio come sia posizionato un brand.

Di sicuro è il migliore degli strumenti gratuiti che abbiamo provato. L’unico limite di SocialMention è il tempo: non consente di avere risultati “vecchi” e limita il numero di risposte a 100. Questa limitazione è assente nella versione Pro.

Trackur (gratis / 18-377$ per la versione pro)

Trackur è al secondo posto tra gli strumenti gratuiti. Riesce ad andare anche molto indietro nel tempo (rileva mention molto vecchie). La versione gratuita (che richiede comunque di iscriversi) rileva solo i blog, mentre quella a pagamento aggiunge la possibilità di tracciare twitter e facebook e di personalizzare l’interfaccia con il proprio logo.

Trackur consente di salvare una ricerca nella dashboard: la ricerca salvata verrà rilevata costantemente nel corso del tempo. È anche possibile esportare le ricerche in csv.

Assolutamente da provare e da tenere d’occhio. Unica pecca, l’interfaccia orrenda.

BrandsEye (150$ – 2000$ al mese)

BrandsEye è uno strumento a pagamento, che non esiterei a definire piuttosto scadente. Si propone come lo strumento migliore per la reputazione e il sentiment, ma il test non mi ha soddisfatto: ha caratteristiche peggiori, addirittura rispetto a strumenti gratuiti come Trackur.

Le mention rilevate hanno moltissimo rumore e l’interfaccia è molto difficile da utilizzare. Decisamente sconsigliato.

Backtype (gratuito)

Backtype è uno strumento focalizzato: traccia tutte le mention di un determinato URL su Twitter.

Fa un lavoro solo, insomma, ma lo fa molto bene. È decisamente efficiente ed è il tool principale per tracciare le campagne su Twitter.

BlogPulse (gratis)

BlogPulse è lo strumento di “social media intelligence” che Nielsen e McKinsey mettono a disposizione del pubblico.

Si tratta di uno strumento abbastanza semplice e che dà poche soddisfazioni. Non sempre riesce a rilevare tutte le mention. È interessante il fatto che permetta di seguire una determinata conversazione online (blog post e risposte a quel blog post) e che sia collegato a un database di blogger.

Fondamentalmente innocuo.

ViralHeat (9$-89$/mese)

Abbiamo usato ViralHeat per molto tempo: è certamente uno degli strumenti con il migliore rapporto qualità/prezzo, tra quelli entry-level. Ha un prezzo di partenza di soli 9$ al mese.

È molto comodo per aggregare le mention per fonte (real time web vs blogs vs rich media, youtube etc.). Funziona bene ed è uno strumento sofisticato, con una limitata quantità di rumore.

Da provare.

Yahoo Pipes Social Media Firehose (gratis)

Social Media Firehose è un Pipe di Yahoo che aggrega i risultati da diverse fonti. Mi sembra uno strumento estremamente interessante.

È possibile iscriversi all’RSS dei risultati o addirittura ricevere un SMS quando c’è una nuova mention.

Strumenti da testare (a pagamento). Voi li avete già provati?