Perchè ci siamo comprati Gummy Industries

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Da venerdì 12 dicembre 2014, abbiamo assunto il controllo del 100% delle quote di Gummy Industries (fino a pochi giorni fa la maggioranza di Gummy era controllata da un’azienda di Siena).

Per Gummy Industries inizia una nuova fase.

Questo post serve a fare il punto della situazione, a rivelare un po’ di segreti aziendali e a raccontarvi dove vorremmo andare, nel futuro prossimo.

Tre anni di internet

Immaginate di essere nel 2012.

I social sono tremendamente efficienti e la comunicazione online è un campo ancora poco esplorato. Abbiamo deciso di aprire un’agenzia 100% digital: dal marketing al design, fino allo sviluppo web e ai social. Eravamo solo in quattro persone.

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Ci siamo attivati subito: in poco tempo siamo arrivati a gestire i social di Costume National, D.A.T.E., Bomboogie, Punkt con risultati più che interessanti (abbiamo portato D.A.T.E. da 3.000 a 35.000 fan).

Nel 2013 abbiamo tirato fuori i muscoli: abbiamo iniziato a lavorare per giganti come Ernst&Young, Henkel, Safilo e Ducati. Abbiamo completato 35 progetti tra siti, web app e campagne di comunicazione digital.

Il 2014 ci ha visti impegnati su consulenza e formazione, ma il nostro obiettivo principale è stato lo sviluppo di campagne digital. Abbiamo realizzato progetti come il Meme Generator per The Voice of Italy (RAI) e abbiamo fatto consulenza per istituzioni come Expo 2015.

Come siamo arrivati qui?

Prima di tutto, ci piace molto fatturare

Gummy Industries è un’azienda: la prospettiva reddituale è fondamentale per noi. Se non producessimo fatturato, Gummy Industries non esisterebbe.

Ecco alcuni key points:

  • abbiamo chiuso tre anni in attivo
  • non abbiamo mai fatto ricorso alla leva dell’indebitamento bancario
  • fino a ora non abbiamo mai utilizzato bandi o investimenti pubblici
  • di norma, paghiamo tutti i fornitori in modo puntuale
  • a partire da un gruppo di quattro persone, ora siamo in una decina

Questo fa di Gummy un’agenzia indipendente e libera, in buona salute e in crescita.

Vorremmo vivere in un’Italia più digitale

Uno dei nostri obiettivi è far crescere la cultura digitale nel nostro Paese: parlare di internet, diffondere le best practice, condividere con tutti quello che abbiamo imparato.

Per esempio, tutte le nostre lezioni, le presentazioni e le ricerche vengono pubblicate su Slideshare. Gratis. Quando lo raccontiamo a chi lavora nella consulenza veniamo presi per matti.

Da cinque anni organizziamo la conferenza Pane Web & Salame (con la collaborazione di Talent Garden) che nel 2015 sarà alla sua sesta edizione.

Tra le altre cose, abbiamo curato l’evento Almost Handmade (con il coworking Fabbrica dei Mestieri) dedicato al nuovo artigianato e l’edizione bresciana del festival internazionale di cortometraggi La Guarimba.

Siamo attivi in numerose attività di formazione e insegniamo al MADEE dal momento in cui ha aperto (Digital Accademia, Treviso), oltre che al Master Relational Design (ABADIR, Catania) per cui abbiamo organizzato un workshop da due settimane.

Siamo arrivati a insegnare in Cina presso LABA (Politecnico di Shangai, Ningbo) e abbiamo curato diversi progetti di formazione aziendale.

Ci invitano spesso a parlare in università (Università di Brescia, Politecnico di Milano, Bocconi, IED, Accademia Santa Giulia).

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Qui le persone sono importanti

Cerchiamo di essere flessibili su tempi e modalità di lavoro: puoi andare in Cina un mese o lavorare da casa in Puglia, basta che fai quello che devi fare.

D’altra parte, se c’è una cosa che ci piace è viaggiare per il mondo.

Per esempio, durante il primo anno siamo andati tutti insieme ad Amsterdam: abbiamo fissato più di dieci incontri in tre giorni, abbiamo incontrato persone affini a noi e, chiaramente, siamo andati a vedere Van Gogh.

Ogni persona in Gummy è diversa dall’altra: promuoviamo l’eterogeneità e abbiamo un team veramente trasversale. Crediamo che il personal branding di tutti sia un valore per l’azienda.

Nel corso del tempo, abbiamo avuto tra i nostri collaboratori (in ordine sparso): un’archeologa, un sound designer e dj, una portoghese di 18 anni, un chitarrista, un visual artist, un rapper. Ci piacciono le persone che hanno una vita, oltre al lavoro.

Alla fine, avere un team con tantissimi interessi diversi è un punto di forza: questa pioggia di stimoli fa in modo che nascano tanti progetti, sia lavorativi che collaterali.

Visto che siamo tutti diversi, facciamo in modo che ognuno abbia la sua personalità e valorizzi i suoi punti di forza: qui, quasi tutti insegnano (e sono liberi di farlo) in università. Dove possibile appoggiamo i progetti dei singoli professionisti.

Solo per fare un esempio, Svegliamuseo (la più grande community italiana di professionisti della comunicazione museale) è nato qui, come side project di Francesca.

Teniamo molto alle persone che lavorano con noi e stiamo ragionando su un modello di compensation che possa coinvolgere il più possibile tutti i nostri collaboratori (per esempio, ci piace molto il modello Open Equity di Buffer).

Cosa ci riserva il futuro?

Ci siamo accorti che i social network sono diventati totalmente inutili, in moltissimi casi.

Stiamo cercando di dare un senso a questi strumenti.

Nel campo del retail possiamo utilizzare strumenti agili e immediati come Instagram e WhatsApp per aumentare il traffico e le vendite in store, in modo misurabile. Con alcuni dei nostri clienti stiamo lavorando in questa direzione.

Stiamo progettando di espanderci verso oriente, pensiamo a un business internazionale con base in Italia. Abbiamo contatti con la Thailandia e con il Sud Korea. La media azienda italiana, specie se food o fashion, è molto richiesta a oriente. Inoltre, a nostro avviso molti prodotti orientali avrebbero successo in Europa. Stiamo costruendo una rete di relazioni che ci permetta di seguire questo tipo di progetti.

Vorremmo essere un punto di riferimento per tutti i giovani del settore e per tutti quelli che hanno idee da condividere e le vogliono portare avanti.

Se anche tu credi che un nuovo tipo di azienda sia possibile anche in questo paese e se ti piace conoscere il mondo, mandaci una mail. Lo stiamo facendo.

Alessandro e Fabrizio

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@expo2015milano ti insegna a riconoscere le piante, con Instagram

Da circa sei mesi sto lavorando come consulente di Expo 2015 per la parte di social media.  Una delle cose interessanti che mi è capitato di fare, è partecipare all’organizzazione di una serie di workshop, che si tengono una domenica al mese da Expo Gate.

Si tratta di un’attività interessante perchè raramente una S.p.A. delle dimensioni di Expo è disposta a condividere con l’esterno il proprio processo di lavoro. Volendo raccontare il lavoro di analisi e di progettazione che c’è dietro ai social network di Expo, abbiamo pensato che organizzare dei workshop, in cui condividere con il pubblico l’intero processo di lavoro, fosse una buona idea.

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Nel primo workshop abbiamo provato a raccogliere le idee su come collaborare con il pubblico. È stato utile: abbiamo conosciuto delle persone interessanti e abbiamo provato a raccogliere e realizzare le loro idee.

Qualcuno ha proposto di creare un gruppo su Facebook per collaborare meglio. Era un’ottima idea. Grazie a Elisabetta, ora abbiamo una micro-community in cui organizzare i workshop.

Qualcuno era appassionato di video e aveva un canale YouTube. Così lo abbiamo coinvolto (grazie Gero) per organizzare il secondo workshop, centrato su Instagram Video. Si sono iscritte in ottanta persone.

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A un certo punto, qualcuno nella community ha chiesto di avere dei workshop meno collegati alla comunicazione online e più vicini al tema di Expo.

Così nell’ultimo workshop, il terzo, abbiamo coinvolto Benedetto Selleri, dottore agronomo e forestale, perchè raccontasse i criteri con cui verranno scelti gli alberi e le piante che saranno installati nel sito espositivo di Expo.

 

Il workshop su Instagram

A Milano ci sono un sacco di alberi. Ce li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Eppure, quasi nessuno di noi li sa riconoscere.

Abbiamo pensato che Benedetto Selleri poteva aiutare le persone a riconoscere le piante, attraverso Instagram. Quindi, gli abbiamo chiesto di parlarci delle piante di Milano, presentandone dieci specie comuni, dieci più rare e due molto rare.

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Abbiamo chiesto alle persone di uscire da Expo Gate, di fare quattro passi, di fotografare alberi e foglie e di pubblicare tutto su Instagram, con l’hashtag #expoarboreto . Le persone dovevano provare a riconoscere le piante, in base alle indicazioni di Benedetto.

Per aiutare i partecipanti a riconoscere gli alberi, mentre erano in giro per Milano con il cellulare, abbiamo realizzato questo piccolo manuale, impaginato per essere letto su uno smartphone.

Durante il workshop avevamo poco tempo per mandare a tutti il link del PDF ( bit.ly/expoArboreto ), quindi abbiamo twittato il link, in modo da rendere facilitare il donwload.

In quaranta minuti le persone hanno pubblicato più di 50 immagini di foglie, alberi e piante, cercando di riconoscerle.  

Con Benedetto Selleri abbiamo risposto a tutti, dall’account instagram di Expo, cercando di identificare tutti gli alberi. Le fotografie postate sono tutte su Instagram, e se cercate #expoArboreto potete ancora vederle o… postarne qualcuna nuova.

Perchè ho deciso di raccontare e documentare proprio questo workshop?

Lavoro tutti i giorni con il web. La sensazione, a volte, è di non vedere mai dei risultati concreti, dal lavoro che faccio. Invece questa volta siamo riusciti a creare qualcosa di tangibile e sensato che, grazie anche a internet, ha dato la possibilità alle persone di imparare qualcosa di nuovo. E ha funzionato: le persone hanno partecipato e anche io ho imparato a distinguere una quercia da un lampione.

(se ti interessano le attività del Social Media Team di Expo, qui ci sono maggiori info)

La creatività aziendale non esiste (parliamo di idee)

Spendo tanto tempo a cercare delle idee e proporle ai clienti di Gummy Industries.
A volte vengono semplicemente rifiutate, altre volte ignorate. Le idee che sopravvivono sono, forse, l’1%. È la selezione naturale, baby!

In questi anni i clienti hanno rifiutato un sacco di idee che a me sembravano sensate, tra cui un gioco multiplayer in cui devi friggere più calamari di tutti gli altri giocatori, un contest di freestyle rap per promuovere un dizionario, un gioco che regala dei formaggi in modo più o meno random. Secondo me erano idee abbastanza buone, alcune erano venute a me, ci tenevo e le ho supportate ma non sono sopravvissute.

Alla fine ho capito che buone idee sono una cosa pessima, se ti vengono al momento sbagliato. In un processo creativo avere una buona idea blocca il processo (troppo presto, a volte). A volte, una buona idea che arriva troppo presto può essere il sintomo che un’autorità nel gruppo riesce a imporre la sua idea, o del fatto che si sta accettando un pensiero comune o un pensiero pregresso. Per questo motivo le buone idee vanno tenute da parte e accantonate per un po’, e andrebbero presentate all’esterno solo quando tutti sono d’accordo. Presentare un’idea all’esterno, se l’idea non è ancora pronta del tutto, può avere un effetto contrario: può contribuire a far scartare un’idea buona.

Le cattive idee sono una cosa buona. Prima di tutto perchè suscitano delle reazioni forti, anche avverse, e contribuiscono a creare una discussione. Si crea quel momento in cui tutti abbassano le difese e si sentono in grado di generare nuove idee: tanto, per quanto cattive siano, non saranno mai pessime come la prima idea.

Le idee non si possono proteggere (non c’è copyright sulle idee, ma solo sulla loro implementazione), anche se un sacco di gente cerca di nasconderle, di metterle al sicuro, di blindarle [spoiler: quelli che mi chiedono di firmare un NDA, di solito, hanno una pessima idea da proteggere]. È una cazzata: una buona idea, da sola, non serve a nulla. Le idee hanno bisogno di essere implementate.

Sono molto d’accordo con Ji Lee, Creative Director di Facebook, che dice: “Idea is nothing. Doing is everything“.

Cerco di averne il più possibile (in media, ne ho pochissime). Ma quando le ho, le regalo: penso che scambiarle sia una cosa buona. E non perchè “se io ti dò un’idea, entrambi abbiamo un’idea”, ma perchè spero che il mio interlocutore faccia a pezzi le mie idee: è l’unico modo per testarle. Oltre alla ghigliottina definitiva: presentarle al cliente.

[Breve intermezzo filmato: Ji Lee dice delle cose interessanti. Ci mette quaranta minuti a dirle, ma sono 40′ spesi bene]

2011/03 Ji Lee from CreativeMornings on Vimeo.

Definire le idee è proprio un casino: sono un multiforme accrocchio di cose diverse. Per esempio, una delle grandi idee degli ultimi vent’anni è lo Swiffer. Merita due righe.

Prima di tutto: perchè lo Swiffer è una grande idea? Come lo misuro? P&G dichiara di incassare 500 milioni di dollari l’anno dalla vendita di questo aggeggio che, fino a pochi anni fa, non esisteva.

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[didascalia: l’immagine non c’entra nulla con il testo]

[warning: se avete già sentito parlare dello Swiffer potete saltare il resto del post, contiene le solite storie trite e ritrite che avrete letto in tutti i blog post esistenti sulla creatività]

Molti sanno come è nato lo Swiffer: P&G stava cercando da anni un modo per migliorare i suoi prodotti per la pulizia del pavimento (quindi stava cercando un’idea per un nuovo detersivo). Dopo aver guardato centinaia di ore di video in cui arzille casalinghe e casalinghi lavavano il pavimento, l’azienda non era arrivata a nessuna soluzione sensata. In effetti è difficile pensare a un detersivo che faccia qualcosa di diverso da quello che fanno tutti i detersivi: le bolle nel secchio.

Il salto concettuale (e l’idea) arrivarono durante un’intervista, quando una simpatica signora fece cadere del caffè in polvere sul pavimento e, per raccoglierlo, bagnò un fazzoletto e tamponò il pavimento. P&G capì che uno straccio che attira la polvere poteva rivoluzionare il settore: il settore delle scope, non quello dei detersivi.

Perchè mi interessa questa storia?

  • le idee spesso ti vengono quando cerchi altro
  • senza il lavoro preparatorio, di anni, svolto dalla ricerca e sviluppo di P&G difficilmente l’idea dello Swiffer sarebbe stata isolata e sviluppata

Di che idea si tratta? Lo Swiffer è la soluzione a un problema: individua un problema esistente (raccogliere la polvere senza trasformarla in una melma fangosa nel secchio) e lo risolve.

Ecco altre idee che sono problem solutions:

  • la ruota
  • la cerniera zip

Altre idee sono evolutive: costituiscono l’evoluzione di un problema esistente (che ne so, Feedly è una chiara evoluzione di Google Reader).

  • il telefono è un’evoluzione della radio
  • il cellulare è un’evoluzione del telefono
  • l’iPhone è un’evoluzione del cellulare
  • The free universal construction kit è un’evoluzione dei lego

Le ultime sono le idee simbiotiche: nascono dalla fusione di due idee già esistenti, in ambiti molto distinti. Per esempio, quando Richard Drew, ingegnere della 3M, inventò lo Scotch, stava mischiando il prodotto “carta per fare le mascherature quando dipingi un’automobile” con il prodotto “colla”.

  • lo scotch mette insieme competenze sulla carta e sugli adesivi deboli
  • il post it, idem

O anche: l’applicazione Whitings mette insieme i dati prodotti da Runkeeper, dalle applicazioni per il controllo del sonno e dalla bilancia che si collega all’iPhone. In questo modo, permette all’utente di collegare attività fisica e perdita di peso: fa qualcosa di nuovo, grazie alla simbiosi di app esistenti.

A cosa mi serve classificare le idee? Quasi a nulla. Mi rassicura quando ne cerco di nuove e mi dà infiniti argomenti di conversazione con quelli che mi parlano di creatività aziendale. Una cosa che, per inciso, non esiste.

[nel sequel: come aumentare il numero di idee che riesci a produrre nell’unità di tempo e fatturare il 200% in più. stay tuned.]

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Permitted bootlegging

Post-it note® notes

Un modello di #branding per il retail. Perdere o tenere il controllo?

Il ruolo del retail sta cambiando profondamente. Con la crescita a doppia cifra dell’ecommerce (vedi i dati Comscore) i clienti si abituano sempre di più a guardare i prodotti in store e acquistarli online.

Alcuni retailer (nomi come Zara, Bershka e Nespresso) iniziano a vendere online e consentire alle persone di ritirare il prodotto nel punto vendita fisico (lo store, quindi, come pick-up point).

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Altri, come Warby Parker (un produttore di occhiali fashion, low cost, che vende solo online) utilizzano gli store come luogo per provare il prodotto, in vista di un acquisto che avverrà online. Il punto vendita, quindi, come luogo per un’esperienza di prodotto, ma che non porta a una vendita immediata.

Entrambe queste soluzioni sconvolgono profondamente le logiche economiche del retail, che finora è stato il canale di vendita per eccellenza.

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In dieci anni, possiamo pensare che il ruolo (economico) del punto vendita sarà completamente stravolto, sia in termini di contribuzione al fatturato dell’azienda nel suo complesso, che in termini di funzione.

Come contribuisce il punto vendita alla costruzione dell’immagine del brand?

Il 2012, nel bene e nel male, è stato l’anno di Facebook e degli investimenti online.
La spesa in advertising online tende a crescere (supererà il cartaceo nel 2015) e ormai tutti i grandi brand hanno costruito una base di utenti ampia su Facebook (il 60% delle aziende Fortune 500 investe in Facebook e si notano già i primi segnali di maturità del mezzo).
Il funzionamento di Facebook è anche cambiato profondamente nel corso dell’ultimo anno: quello che, per le aziende, era un ottimo luogo dove fare conversazione sta diventando sempre di più simile a uno strumento di advertising tradizionale, con logiche e ritorni paragonabili ad altre forme di investimento online (su questo punto, Adage ha scritto cose interessanti).

Nel caso dei grandi brand, con pagine da milioni di fan, Facebook funziona molto bene per parlare ma poco bene per conversare. (questo perchè l’edgerank penalizza i contenuti che non sono sponsorizzati, e l’interfaccia di Facebook nasconde le conversazioni con gli utenti)
Invece, il piccolo negoziante di provincia riesce a usare Facebook per instaurare un rapporto diretto con i propri clienti: fa vendita, fa customer care e magari qualche contest. Spesso una pagina Facebook da poche centinaia di fan funziona meglio rispetto a una pagina enorme (in termini di reach e di engagement).

Questa attività contribuisce sicuramente alla costruzione del marchio: per il cliente, il brand si identifica spesso con lo store locale.

Nel retail e nel franchising ogni aspetto dello store è regolato e normato. Il franchisor decide, una volta per tutti, di che colore sono gli scaffali, che cioccolatini saranno nella ciotola, cosa ti dirà il commesso (“Vuole anche un gratta e vinci?”) ma, incredibilmente, non decide come sarà la pagina Facebook del negozio di Matera o del concessionario di Voghera.

Il problema è questo: gli sforzi profusi a livello globale, per costruire brand page da milioni di fan, vengono distrutti a valle, quando il singolo retailer apre una pagina Facebook o un account Twitter autonomamente, senza seguire le linee guida. La percezione del brand diventa così frammentata e disomogenea: ogni touch point fa un po’ come gli pare.

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La maggior parte dei brand pensano principalmente alla comunicazione a livello centralizzato, ma ignorano quello che fa la periferia. Basta un assessment di pochi minuti sulla maggior parte dei brand nazionali per accorgersene: il singolo retailer apre pagine locali, talvolta profili personali, luoghi. Storpia il nome. Stretcha il logo. Però, il più delle volte, riesce a costruire una comunicazione calda e one to one e a ottenere un reach immaginabile per una pagina da milioni di fan.

Le differenze di scopi e di risultati, tra le pagine globali del brand e quelle locali, è evidente ed è riassunta in questo schema.

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Alcune aziende si sono accorte del problema e hanno iniziato a testare delle soluzioni. Un esempio tra i grandi brand è McDonald’s, che è riuscito a coordinare l’immagine di tutti i singoli store: copertine di facebook e immagine profilo sono esattamente identiche e corrispondenti alle linee guida. Tra le grandi catene e i franchising, in realtà sono pochi quelli che stanno applicando questa logica.

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Esiste la possibilità di coordinare gli sforzi a livello centrale e periferico, in modo da ottenere una comunicazione che sia coerente e non rinunci ai vantaggi di uno o dell’altro modello: la forza del branding centralizzato e la personalizzazione della comunicazione (spesso personale e locale) dei retailer.

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La speranza è che le aziende prendano coscienza di questo gap e trovino un modo per colmarlo, integrando le attività svolte a livello centrale e quelle svolte a livello periferico.

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Ecco tutte le slide che abbiamo presentato alla Social Analytics Conference.

Product design e social media: cosa si può fare?

Le aziende di design italiane, sul web, non comunicano come ci si aspetterebbe: l’impressione complessiva è che il settore sia restio a utilizzare internet per parlare con i propri clienti (a differenza, per esempio, del settore fashion – cha ha abbracciato in pieno le dinamiche social).

Eppure basta guardare appena oltre confine e gli esempi d’eccellenza non mancano: Herman Miller, azienda di design nordamericana, supera abbondantemente i 180.000 follower su Twitter. È sintomo di una gestione efficiente e interessante dello strumento: per dimensionare il dato, basti pensare che GAP (abbigliamento) ne ha 165.000 e Domino Pizza 149.000.

Cosa condivide Herman Miller su Twitter? La strategia di contenuti è diversificata, molto interessante ed evidenzia un lavoro importante di ricerca e di curatela, oltre che di produzione di contenuti di alto livello (come l’intervista che segue, al designer statunitense Gianfranco Zaccai che, naturalmente, lavora per Herman Miller).

Tra gli italiani, Kartell è sicuramente tra le aziende più spigliate: quest’anno ha deciso di puntare su Instagram (il social network basato sulle immagini, ora di proprietà di Facebook) con una serie di attività mirate.

 

Mi sembra invece assurdo che uno dei grandi nomi del design italiano, Flos, non abbia una community su Facebook. O meglio, cel’abbia (probabilmente aperta direttamente dagli utenti), ma la lasci completamente a se stessa. Avevo rilevato la stessa situazione un paio d’anni fa, e mi stupisce che non sia cambiato nulla. Una pagina Facebook come questa, con più di 7.000 utenti che – spontaneamente – hanno premuto “Like” per avvicinarsi all’azienda, sono il sintomo di una community viva, efficace, interessante: non coltivarla è un’opportunità sprecata.

(nota: esiste una pagina ufficiale di Flos, ma fa probabilmente riferimento al distributore americano – ha un’impostazione commerciale e i prezzi in dollari – e comunque raggiunge poche centinaia di fan).

Tra i trend in atto, il più importante è la frammentazione delle piattaforme: siamo passati da uno scenario in cui Twitter e Facebook saturavano l’attenzione dei nostri utenti, a un mondo in cui le community si sono moltiplicate e frammentate, in base ai contenuti (Vimeo, Instagram, Soundcloud), in base alle modalità di interazione (domande e risposte, review di prodotto) e in base alle necessità degli utenti. In particolare, i sistemi di social bookmarking sono sicuramente la più importante novità di quest’anno.

Pinterest è il social network più discusso e che ha visto la crescita più importante: aziende come Knoll lo utilizzano per condividere immagini di prodotto, ma anche immagini storiche, campagne di advertising e più in generale per valorizzare il proprio archivio e la propria storia.

 

Esistono anche piattaforme di social bookmarking dedicate alla vendita o alla condivisione di prodotti, come Fancy e Svpply: costituiscono degli importanti moltiplicatori di traffico web, e costruiscono community di persone affini per gusto. Solo per fare un esempio, l’ES01 Extension Socket di Punkt. (disclosure: è nostro cliente) è stato inserito nella collezione di 1063 potenziali persone che lo comprerebbero, su Fancy.

I social media come canale di vendita diventano uno strumento sempre più interessante, per fare da volano alle vendite online. Gli ecommerce infatti, secondo un ricercatore di Harvard Business School, stanno seguendo questi tre importanti trend:

  • gli utenti con un reddito più alto fanno shopping online sempre più di frequente
  • si stanno diffondendo sempre più ecommerce per prodotti ad alto margine
  • gli ecommerce sperimentano modelli di business nuovi e più complessi
Ci staremmo, quindi, spostando verso il quadrante in alto a destra di questo diagramma.

 

I social media oltre la comunicazione

La parte di marketing e PR è solo una porzione di quello che si può fare con i social media. Nel caso del design, ci sono alcune tendenze in atto che ci sembra molto interessante discutere.

Alcune aziende si stanno muovendo nella direzione della Social Enterprise, socializzando sempre di più il proprio processo produttivo. Certo, non tutti i business sono come Threadless (che vende esclusivamente prodotti disegnati e votati dalla community di utenti), ma le esperienze anche nel settore del design stanno crescendo.

Uno dei casi più importanti è certamente Fiat, che ha sviluppato un’autovettura completamente crowdsourced: si chiama Fiat Mio, e wired ne parla qui.

Oltre al crowdsourcing di prodotto, si stanno diffondendo le piattaforme di crowdfunding: Antonio Scarponi, un designer italiano che lavora a Zurigo, è riuscito a finanziare totalmente il suo progetto Eliooo con i contributi degli utenti, raccolti su Indiegogo. Esistono addirittura piattaforme, come Quirky, in cui l’intero sviluppo di prodotto è demandato alla community.

Volete discutere l’argomento con noi?

Il 25 ottobre, a Lissone (MI), ho presentato alcune riflessioni sul settore del product design, durante l’evento programmato da Xenesys sull’IT per il business nell’industria del design e altre aziende marketing intensive

Ecco le slide che ho portato al MAC di Lissone! (che, molto appropriatamente, non ha nemmeno un sito internet proprio – o almeno io non l’ho trovato).