Un’archeologa col computer: creare una community culturale di 1.000 persone – #svegliamuseo

Succede che sogni da quando hai 6 anni di fare l’archeologa e di scoprire tombe e tesori egiziani peggio di Indiana Jones. Succede che ti laurei in Egittologia, lavori per un po’ e rigorosamente gratis nel mondo della cultura e decidi infine di rimediare in corner, facendo un master in marketing e comunicazione che ti permetta di inserirti nel mondo del “lavoro vero” (la storia completa di come sono andate le cose è qui).

Succede che poi ti trovi a fare un colloquio con Fabrizio e Alessandro che ti chiedono quali blog leggi e che tu realizzi di sapere a malapena cosa sia un blog. Infine succede che scommettono su di te, ti assumono a lavorare in Gummy Industries e tu impari decine e decine di cose nuove ogni settimana, aggiornando un po’ alla volta la tua lentezza archeologica con la velocità di chi lavora con il web e i social network.

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Questa sono io che scavo le pietre delle mura medievali al Castello di Benabbio (LU).

E poi cosa succede? A luglio dell’anno scorso, Alessandro mi coinvolge in una ricerca sulla cultura online e scopro che in Italia pochissimi musei sanno usare internet come si deve. Inizio ad approfondire le cose e, man mano che cerco, trovo sempre più materiale sull’uso dei social network da parte dei musei, sia in Italia – dove li usano tendenzialmente male – sia all’estero – dove in tanti li sanno usare anche molto bene.

In settembre, metto in piedi una presentazione e propongo a Fabrizio e Alessandro un progetto che aiuti i musei italiani a migliorare la loro comunicazione online. Loro mi danno qualche feedback e soprattutto mi spronano a non guardare in faccia nessuno: nasce così l’hashtag #svegliamuseo, provocatore e frizzantino al punto giusto, destinato a cambiare il corso del mio lavoro e della mia vita personale negli ultimi 6 mesi.

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I passi successivi sono mettere su un blog in WordPress (in gran parte da sola, with a little help from my friends Gummies) e iniziare a scrivere articoli sul tema social media per i musei, dalla necessità di una strategy, all’uso di Twitter, Pinterest eccetera, cercando il giusto mix di case history, principi teorici e interviste pratiche.

Il piano per “svegliare” i musei italiani prevede di contattare simbolicamente 10 musei stranieri che usino i social media in maniera smart perché consiglino 10 musei italiani, fornendo loro spiegazioni ed esempi che siano utili e soprattutto applicabili a budget zero.

Per farmi coraggio e per riuscire a stare dietro a tutto, coinvolgo due amiche – Aurora e Federica – e divento ufficialmente project manager per la prima volta nella mia vita.

Il passo ancora successivo è comunicare questo progetto. Parto da Twitter e dai contatti che avevo stabilito nei mesi precedenti con altri archeologi e con persone che gravitano a vario titolo nel mondo della cultura. Dopo poco che parlo di #svegliamuseo, succede una cosa bellissima: alla gente non solo piace l’idea, ma vorrebbero saperne di più e contribuire a far circolare le informazioni.

Capisco che devo trovare un modo per mettere in contatto tutte queste persone e scelgo un gruppo Facebook perché credo nella relazione molti-a-molti e perché più teste sono sempre state meglio di una, nella mia opinione. In cinque mesi il gruppo è cresciuto e oggi siamo 870 persone, chi professionista della comunicazione, chi professionista dei musei, chi semplicemente appassionato di cultura e arte. Ogni giorno girano link, segnalazioni di iniziative e presentazioni di musei che si affacciano per la prima volta sui social. A volte le persone si incoraggiano, a volte si scannano su certi argomenti, arrivando anche a superare i 50 commenti (come in questo caso, in cui un museo ha chiesto un consiglio direttamente alla community).

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Quello che importa è che abbiamo scoperto che le persone ai musei ci tengono. Al punto che, quando apriamo il nostro account Twitter, raggiungiamo in meno di un mese i 1.000 follower.

Con il passare del tempo, il blog si arricchisce dei contributi di altri giovani appassionati che ci propongono di approfondire sui nostri canali alcuni argomenti collegati alla comunicazione online e agli strumenti digitali per i musei. Lo stesso team si è arricchito, grazie all’ingresso di Alessandro e della nuovissima leva Valeria.

Nel frattempo, molti ci notano e iniziano a parlare di noi, a cominciare dall’ex Ministro dei Beni Culturali Massimo Bray, autore di una fortunatissima raccomandazione su Facebook e Twitter che ci spara immediatamente nell’Iperuranio dei progetti culturali nazionali.

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La bomba è esplosa. Ricevo una media di due richieste di intervista a settimana e comincio a pensare di aver trovato quasi per caso il modo per “lasciare il segno” in quel mondo di cui avevo sempre disperatamente voluto fare parte, senza riuscire mai veramente a entrare.

Organizziamo una gita alla mostra di Andy Warhol a Milano e veniamo invitati a partecipare alle conferenze. Stampo dei biglietti da visita – rigorosamente arancioni – e inizio a mettere ordine in questi 5 mesi frenetici per capire io stessa che cosa raccontare al pubblico.

A febbraio, Alessandro è sul palco alla BIT2014 per parlare di noi e dei casi di successo di storytelling museale. In quell’occasione, riesco persino a raccontare #svegliamuseo a un Vittorio Sgarbi che passa di là e mi fa una carezza di incoraggiamento (almeno così mi piace pensare).

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Questa sono io in posa da “museo delle cere” vicino a Sgarbi (vero, non di cera) dopo avergli parlato di #svegliamuseo alla BIT2014.

Pochi giorni dopo, mi trovo sul palco della Sala dei Dugento a Palazzo Vecchio, Firenze, per spiegare cosa stiamo facendo e perché al pubblico di Museums and the Web, tra cui figurano i professionisti di musei del calibro del MoMA, del Louvre e dello Smithsonian. Si tratta di una conferenza internazionale molto costosa e molto ambita, che si rivela per noi un’impagabile occasione di conoscenza, nonché la scusa perfetta per provare il Google Glass sotto la guida del Digital Specialist del MET di New York.

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Al ritorno da Firenze, stiamo ancora cercando di capire chi siamo e, soprattutto, dove vogliamo andare.

Per prima cosa, pare che andremo a Baltimora, negli Stati Uniti, perché #svegliamuseo è stato invitato alla Social Media Clinic della versione globale di Museums and the Web (e mi tremano le ginocchia già adesso).

A breve, contiamo anche di riuscire finalmente a completare quelle 10 interviste che hanno dato il via a tutto questo. E stiamo già organizzando il lavoro con altri professionisti giovani, carini e (quasi) disoccupati come noi per pubblicare i risultati di #svegliamuseo in un e-book gratuito che fornisca ai musei italiani tutte le informazioni su social media, siti web e scrittura online di cui hanno bisogno.

Cos’altro ho nel cassetto? Sicuramente dei workshop di formazione, e ancora abbastanza sogni da realizzare che mi fanno sentire molto energica e positiva nei confronti del prossimo futuro.

Anche perché gli ultimi sei mesi mi hanno insegnato non solo cosa sia un blog, ma che l’idea giusta può cambiare tutte le carte che erano sul tavolo fino a un momento prima. Basta avere un computer a portata di mano.

 

3 thoughts on “Un’archeologa col computer: creare una community culturale di 1.000 persone – #svegliamuseo”

  1. Ciao sononuna bibliotecaria sono di Leco e mi piacerebbe moltissimo ricollocati in un una professionevinparentata con la mia ma decisamente più all’avanguardia. Tra l’altro mi interessa moltissimo anche il settore musicale. Attualmente sono anche iscritta alla facoltà di Scienze dei Beni Culturali dell’Univrtcdegli Studi di Milano dove posso mandartvibilnmio Cv?.

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