Un modello di #branding per il retail. Perdere o tenere il controllo?

Il ruolo del retail sta cambiando profondamente. Con la crescita a doppia cifra dell’ecommerce (vedi i dati Comscore) i clienti si abituano sempre di più a guardare i prodotti in store e acquistarli online.

Alcuni retailer (nomi come Zara, Bershka e Nespresso) iniziano a vendere online e consentire alle persone di ritirare il prodotto nel punto vendita fisico (lo store, quindi, come pick-up point).

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Altri, come Warby Parker (un produttore di occhiali fashion, low cost, che vende solo online) utilizzano gli store come luogo per provare il prodotto, in vista di un acquisto che avverrà online. Il punto vendita, quindi, come luogo per un’esperienza di prodotto, ma che non porta a una vendita immediata.

Entrambe queste soluzioni sconvolgono profondamente le logiche economiche del retail, che finora è stato il canale di vendita per eccellenza.

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In dieci anni, possiamo pensare che il ruolo (economico) del punto vendita sarà completamente stravolto, sia in termini di contribuzione al fatturato dell’azienda nel suo complesso, che in termini di funzione.

Come contribuisce il punto vendita alla costruzione dell’immagine del brand?

Il 2012, nel bene e nel male, è stato l’anno di Facebook e degli investimenti online.
La spesa in advertising online tende a crescere (supererà il cartaceo nel 2015) e ormai tutti i grandi brand hanno costruito una base di utenti ampia su Facebook (il 60% delle aziende Fortune 500 investe in Facebook e si notano già i primi segnali di maturità del mezzo).
Il funzionamento di Facebook è anche cambiato profondamente nel corso dell’ultimo anno: quello che, per le aziende, era un ottimo luogo dove fare conversazione sta diventando sempre di più simile a uno strumento di advertising tradizionale, con logiche e ritorni paragonabili ad altre forme di investimento online (su questo punto, Adage ha scritto cose interessanti).

Nel caso dei grandi brand, con pagine da milioni di fan, Facebook funziona molto bene per parlare ma poco bene per conversare. (questo perchè l’edgerank penalizza i contenuti che non sono sponsorizzati, e l’interfaccia di Facebook nasconde le conversazioni con gli utenti)
Invece, il piccolo negoziante di provincia riesce a usare Facebook per instaurare un rapporto diretto con i propri clienti: fa vendita, fa customer care e magari qualche contest. Spesso una pagina Facebook da poche centinaia di fan funziona meglio rispetto a una pagina enorme (in termini di reach e di engagement).

Questa attività contribuisce sicuramente alla costruzione del marchio: per il cliente, il brand si identifica spesso con lo store locale.

Nel retail e nel franchising ogni aspetto dello store è regolato e normato. Il franchisor decide, una volta per tutti, di che colore sono gli scaffali, che cioccolatini saranno nella ciotola, cosa ti dirà il commesso (“Vuole anche un gratta e vinci?”) ma, incredibilmente, non decide come sarà la pagina Facebook del negozio di Matera o del concessionario di Voghera.

Il problema è questo: gli sforzi profusi a livello globale, per costruire brand page da milioni di fan, vengono distrutti a valle, quando il singolo retailer apre una pagina Facebook o un account Twitter autonomamente, senza seguire le linee guida. La percezione del brand diventa così frammentata e disomogenea: ogni touch point fa un po’ come gli pare.

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La maggior parte dei brand pensano principalmente alla comunicazione a livello centralizzato, ma ignorano quello che fa la periferia. Basta un assessment di pochi minuti sulla maggior parte dei brand nazionali per accorgersene: il singolo retailer apre pagine locali, talvolta profili personali, luoghi. Storpia il nome. Stretcha il logo. Però, il più delle volte, riesce a costruire una comunicazione calda e one to one e a ottenere un reach immaginabile per una pagina da milioni di fan.

Le differenze di scopi e di risultati, tra le pagine globali del brand e quelle locali, è evidente ed è riassunta in questo schema.

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Alcune aziende si sono accorte del problema e hanno iniziato a testare delle soluzioni. Un esempio tra i grandi brand è McDonald’s, che è riuscito a coordinare l’immagine di tutti i singoli store: copertine di facebook e immagine profilo sono esattamente identiche e corrispondenti alle linee guida. Tra le grandi catene e i franchising, in realtà sono pochi quelli che stanno applicando questa logica.

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Esiste la possibilità di coordinare gli sforzi a livello centrale e periferico, in modo da ottenere una comunicazione che sia coerente e non rinunci ai vantaggi di uno o dell’altro modello: la forza del branding centralizzato e la personalizzazione della comunicazione (spesso personale e locale) dei retailer.

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La speranza è che le aziende prendano coscienza di questo gap e trovino un modo per colmarlo, integrando le attività svolte a livello centrale e quelle svolte a livello periferico.

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Ecco tutte le slide che abbiamo presentato alla Social Analytics Conference.

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Pane, Web e Cotoletta – Internet ti ha salvato la vita? Racconta la tua storia a PWES!

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Pronti per la quarta edizione di Pane, Web e Salame!

Quest’anno ci siamo resi conto che, in un contesto economico particolarmente sofferto, ci sono delle aziende che riescono a contrastare il trend, ad affermare il proprio brand e addirittura ad affacciarsi sui mercati internazionali. L’obiettivo di PWES4 è raccogliere i casi migliori e dare voce a queste esperienze positive che, spesso, partono proprio da internet.

Internet ti ha salvato la vita? Raccontaci la tua storia!
La prima fase è selezionare gli speaker da tutta Italia con tre eventi: Milano, Firenze e Roma per parlare con più persone possibili, raccogliere biglietti da visita e assaggiare i salumi locali.

Vi aspettiamo per il primo aperitivo a Milano

Pane, Web e Cotoletta:
PWES cerca speaker a Milano

19 marzo
c/o TAG Talent Garden Milano
Via Merano, 18 – Milano
ore 19.00

Iscriviti qui http://panewebecotoletta.eventbrite.com/  

Seguite PWES su Facebook e Twitter per rimanere aggiornato sulla date dei prossimi eventi!

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Strumenti per la conquista dell’universo – il blog post

Venerdì ho proposto al brainpirlo di Webdebs un talk dal titolo “Strumenti per la conquista dell’universo – perchè i dev sono i capi del mondo?” le slide prese da sole dicono davvero poco, così ho pensato di raccogliere in questo post buona parte del non scritto.

L’idea alla base della presentazione

Webdebs è una community (ora associazione) di cui sono fiero di far parte: 440+ persone – tutte legate al coding, IT, webdesign, socialmedia – condividono, online e offline, le loro impressioni su un mercato che, diciamocelo, anche in Italia esiste (ripeterselo non fa mai male).

Questa presentazione è diretta a loro, nel dettaglio a tutti i dev, che spesso pensano al concreto del loro progetto perdendosi per strada quella che solitamente chiamano “fuffa” e io chiamo “il mio lavoro” :)

Le slide

Ho cercato di raccogliere in una settantina di slide le basi del marketing e della comunicazione, aggiornate al presente, e di ridurre tutto a 5+1 strumenti utili ai dev (e non solo) per la conquista dell’universo.

Alcuni dev – dalla 1 alla 18

Nelle prime slide ho provato a riassumere la storia di alcuni dev, sottolineando le loro qualità di uomini d’affari prima che quelle di coder. Queste persone hanno in comune diversi elementi:

  1. Sono (o sono stati) tutti dei coder
  2. Hanno portato a termine progetti con un forte impatto economico e/o sul mondo
  3. Hanno sviluppato prodotti/servizi/progetti senza dimenticarsi mai i bisogni dell’utente finale (da scaricare musica, al trovare la ragazza in università..)
  4. Sono bravi a comunicare a folle intere e/o mantenere profittevoli relazioni di business
  5. Si vestono sempre nello stesso modo (si anche Kim Dotcom)

A mio avviso,  questi dev condividono le stesse qualità di partenza di tutti gli altri coder:

  1. Possono costruire quello che gli pare
  2. Utilizzano linguaggi (di programmazione) universali
  3. Hanno pochi o zero costi iniziali

Non esistono molte altre professioni con queste possibilità.

Branding – dalla 19 alla 31

Come primo strumento per conquistare l’universo ho scelto il più complesso: il branding. 

Nelle slide introduco il concetto di brand e branding partendo dalle classiche definizioni imparate a scuola, sottolineando quando concetti quali: mission, vision, valori e strategia siano vuoti se non legati ad un “perchè” - perchè ti alzi al mattino? perchè fai quel prodotto, startup, servizio?

Provo a spiegare la profondità del branding e l’importanza di dare una forza inspirativa ai nostri progetti proponendo il talk di Simon Sinek presentato al TED e accennando all’archetypal branding. Spiegare gli archetipi non è semplice: mi aiuto con film, telefilm e invito a approfondire l’argomento con il libro di Mirko PalleraThe Hero and the Outlaw: Building Extraordinary Brands Through the Power of Archetypes di Margaret Mark e Carol S. Pearson.

Naming – dalla 32 alla 38

Trovato il proprio motivo ispiratore e di ispirazione, passo al naming: scegliere il nome giusto è alla base per essere ricordati. Per esempio è molto difficile ricordare CompuGlobalHyperMegaNet mentre è molto più semplice ricordare ciccionamente53.

L’esempio di Takete e Maluma mi ha aiutato a far capire anche quanto il suono del nome sia importante, basta pensare al gioco fonetico e al doppio senso di Air Action.

La slide 38 contiene i miei consigli per scegliere un buon nome.

Identity – dalla 39 alla 46

Avere un’identità distintiva è il primo passo per comunicare e farsi riconoscere. Non possiamo sceglie di avere o non avere un’identità, come per i socialmedia, se non fai una scelta qualcuno la farà per te (o parlerà di te). Il fotografo Hans Eijkelboom colleziona fotografie di persone ritratte in giro per il mondo e le raccoglie a seconda di un’identità comune, tutto questo nel suo progetto fotografico.

La differenza tra avere un’identità distintiva e non averla è evidente con il raffronto tra Mailchimp e i suoi competitor.

La slide 46 contiene i miei consigli per costruire e mantenere una buona identità.

Voice – dalla 47 alla 53

Sapere a chi rivolgersi e come rivolgersi è fondamentale per essere credibili in ciò che si dice. Youporn su Twitter conosce bene i suoi follower: non tutti infatti hanno le chiavi di lettura per capirne i tweet.

Le slide che seguono contengono una serie di esempi per evidenziare l’importanza del tono di voce e dei riferimenti culturali necessari a stimolare interesse nell’interlocutore.

La slide 52 contiene i miei consigli per definire la giusta voce.

Comunicare – dalla 54 alla 64

Comunicare è solo l’ultima parte del mio intervento: è bene concentrarsi su questa fase solo dopo aver definito gli altri elementi della strategia.

Comunicare con i social media oggi è sempre più complesso: bisogna scegliere il mix giusto di canali e chiedersi sempre che tipo di ritorno stiamo cercando se di brand, sales, lead o altro ancora. Definire il tipo di contenuto ci aiuta a coinvolgere nel modo corretto le persone, senza mai diventare schiavi di algoritmi che premiano la visibilità di contenuti di basso livello, ben lontani dalla strategia di brand.

Storytelling, creare movimenti e/o mixare contenuti differenti dal nostro prodotto possono essere delle buone idee per creare coinvolgimento nel modo giusto (un esempio: Jack Daniels con Epic Meal Time).

Business Model – dalla 65 alla 68

Ho pensato di riassumere in poche slide i più classici business model legati al digital/web/app per sottolinearne l’importanza. Credo che un progetto per poter crescere debba avere già dall’inizio un’idea di come potrà fare soldi in futuro (almeno nel nostro paese).

Nella slide 68 ho tenuto a evidenziare il fatto che round & exit non sono modelli di business.

Riassumendo – dalla 69 alla 72

Nelle ultime slide riassumo tutti i punti più rilevanti dell’intervento e invito qualsiasi dev a costruire un Gundam 1:1 grazie ai nuovi poteri acquisiti! Ci vediamo nello spazio!

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